Il mio punto di vista

Messico di luci e ombre

Gabriella Magnoni Dompé
5 dicembre 2012

Un motivetto mi svolazza per la testa: “Messico e nuvole, la faccia triste dell’America, il vento suona la sua armonica, che voglia di piangere ho”.
L’accostamento potrebbe sembrarvi scontato, lo so, ma del resto questi pochi versi di Paolo Conte mi sembrano quelli che maggiormente rispecchiano l’idea che mi sono fatta di questo Paese, così affascinante ma anche così contraddittorio.
Il Messico dell’allegria e della fiesta, della tequila e dei mariachi, i tipici suonatori col sombrero. Il Messico di Zorro e del sergente Garcia, in cui a vincere è sempre il buon paladino mascherato. Il Messico dalle acque cristalline e dalla sabbia dorata, dove impigrirsi al sole mentre si sorseggia pinacolada o margarita. Il Messico della natura selvaggia e primordiale che, dalla foresta al deserto, conserva più del 10% della nostra biodiversità globale. Il Messico culla di civiltà, storia e cultura, uno dei pochi luoghi al mondo dove è possibile esplorare quanto ci è rimasto di popoli antichissimi come gli Atzechi e i Maya – profezie millenaristiche permettendo.

Angolo di Mondo incantato che da sempre cattura la mia immaginazione: ho visitato la costa atlantica nell’ormai lontano 1988 e questa estate ho trascorso dei giorni meravigliosi nell’incantesimo di Las Ventanas al Paraiso, sulla costa pacifica. Ho sempre vissuto questi viaggi come oasi di pace e di relax, godendomi la tranquillità delle spiagge incontaminate e dei panorami mozzafiato. Un domani, proprio in questi posti, vorrei riscoprire anche il mio lato più “avventuriero”: mi piacerebbe visitare le meraviglie di Teotihuacán, uno dei più grandi siti archeologico precolombiani, o sentirmi un po’ Indiana Jones mentre mi inerpico tra le monumentali rovine di Chichén Itzá, luogo spettacolare sotto il protettorato dell’UNESCO, nonché una delle sette meraviglie del mondo moderno.
Ho sempre portato con me mia figlia Rosyana: amo viaggiare in sua compagnia, amo ritagliarmi dei momenti di complicità solo per noi, regalarle delle esperienze speciali, che un giorno spero ricorderà come emblematiche della sua infanzia.
E sicuramente quando potrò finalmente prendermi una pausa per ricaricare le pile potrò replicare: infatti ho già programmato di recarmi nuovamente sulla costa atlantica con la mia bimba in occasione delle festività natalizie.
Potrò ritrovare quella luce del Messico che mi ha saputo conquistare? Forse.

E’ di appena qualche giorno fa, infatti, la notizia lanciata dal procuratore generale del Paese che denuncia la scomparsa negli ultimi sei mesi di più di 25.000 persone – avete letto bene, venticinque mila! –, tra cui molti bambini.
Ecco l’altro Messico. Quello che possiamo trovare tra le pagine dei giornali, i blog esteri, le news su internet – lontano dai resort super esclusivi, dal mare caraibico, dai ristoranti internazionali. Il Messico che cresce a ritmi vertiginosi diventando una nuova potenza globale, ma anche il Messico della povertà disarmante e dell’emergenza sociale. Paradossalmente “a distanza”, attraverso i filtri della carta stampata e del web, ho trovato un mondo fatto di criminalità organizzata, corruzione degli organi istituzionali, cartelli della droga – ben dieci –, giornalisti rapiti, omicidi, stupri, torture. Un mondo in cui viene ancora disperatamente inseguito l’american dream, la speranza di una vita migliore oltre il confine. Un mondo di violenza e abusi in cui spesso a pagare sono le donne: mi ricordo di aver letto un articolo un paio d’anni fa che parlava di una città di confine chiamata Ciudad Juàrez, tristemente rinominata “città che uccide le donne”. Dal 1993 infatti sono state più di 4.500 le donne scomparse e oltre 400 gli omicidi perpetrati ai danni di giovani donne, soprattutto impiegate nelle numerose maquiladoras, le fabbriche di beni d’esportazione. Nel 2006 ne è nato un film, Bordertown, con Jennifer Lopez e Antonio Banderas, e Amnesty International ha sostenuto un’importante campagna contro tali delitti.
Storie di crudeltà quotidiana che fanno venire la pelle d’oca e ancora una volta ci fanno ringraziare di essere nati nella parte più semplice di Mondo.

Gabriella Magnoni Dompé