Lifestyle 2

Michelle vs Jackie: (e)lezioni di stile

Claudia Alongi
13 novembre 2012

«L’unica cosa in comune tra loro è, forse, la passione per gli abiti senza maniche».
Così, qualche tempo fa, liquidava la questione il Washington Post e in effetti un parallelismo tra le due Signore più rappresentative d’America, Jacqueline Kennedy e Michelle Obama, appare una semplicistica forzatura.
A dividerle non c’è solo mezzo secolo di avvicendamenti, mode, costumi e scandali, ma anche una diversa (ma vincente) forza comunicativa.
Ci sono molti modi di essere First Lady; c’è chi resta “la moglie di” e chi diventa protagonista indiscussa della Casa Bianca. In oltre cento anni di democrazia, si sono avvicendate la frivola e mattacchiona Mamie Eisenhower, l’elegante e un po’ impettita Nancy Reagan, la nonnesca Barbara Bush e la testosteronica Hillary Clinton. Tutte donne che hanno raccontato, a modo loro, i cambiamenti e le trasformazioni dei costumi americani e non solo.
Nessuna però è stata Jacqueline Kennedy. Nessuna, fino a quattro anni fa, quando fecero capolino i bicipiti scolpiti e il sorriso smisurato di Michelle Obama.
Più di qualsiasi altro, iI ritratto di queste due donne coincide con il ritratto di due epoche.
Ma andiamo con ordine. Era il 20 gennaio 1961 quando Jackie mise piede per la prima volta al numero 1600 di Pennsylvania Avenue. E oggi, come e più di allora, la sua immagine si distingue per un’atemporale, malinconico e impareggiabile charme. Esperta cavallerizza, amante dell’haute couture parigina, Jacqueline vanta origini francesi e l’appartenenza all’upper class newyorkese. Sin dalla sua prima apparizione pubblica al fianco del Mr President, John Fitzgerald Kennedy, riesce a conquistare l’attenzione internazionale, fissando nuovi canoni di eleganza per la donna americana. Insieme, i due (belli, intelligenti e raffinati) incarnano perfettamente lo spirito del sogno americano anni ‘60 e diventano motivo d’orgoglio per la popolazione degli Stati Uniti. Jackie non amò mai l’appellativo “First Lady” considerandolo un nome più adatto a un cavallo che a una persona e si distinse sempre per uno stile, non soltanto nel vestiario, regale, sobrio e misurato. La cronaca ci ha mostrato che non tutte le favole purtroppo sono a lieto fine, ma che anche nel tradimento o nel lutto Jacqueline ha avuto un inesauribile aplomb.
Tutt’altra storia quella di Michelle, che dalla working class dei sobborghi di Chicago approda a Princeton, si laurea in giurisprudenza e quasi per caso incontra «l’amore della vita».
Michelle è una donna pragmatica, risoluta, con uno stile camaleontico, e al tempo stesso votato all’essenzialità.  Attraverso le sue scelte riesce a veicolare i principi etici di cui si fa portatrice rispecchiando l’attuale epoca di austerity e uno stile di vita sano e misurato.
È ben noto il suo impegno nella lotta all’obesità infantile, confermato dal lancio della campagna “Let’s Move” per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’alimentazione bio e dell’attività fisica. Tra i suoi primati, non solo quello di essere la prima First Lady nera, ma anche quello di essere riuscita a radunare 300.265 persone con le quali ha saltellato sul posto per 24 ore consecutive. Si dice sia campionessa di hula hoop e riesce a far notizia già solo per le sue braccia toniche (basta digitare su google “Michelle Obama arms” e verranno fuori oltre nove milioni di risultati). Si mostra parsimoniosa e oculata anche nel vestiario, esibendo abiti low cost dal taglio fifties e dai colori segnaletici, in una ferrea politica di riciclo fashion. Una donna che va dritta alla sostanza e che è riuscita a trasformare un orticello presidenziale in perfetta metafora dei nostri tempi. Quasi a suggerire che solo con la concretezza, il sacrificio e la dedizione il futuro può germogliare.

Non c’è che dire certe donne sono destinate a rimanere Icone.

Claudia Alongi


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