Fuori cornice

Mike Kelley. Eternity is a long time.

staff
4 giugno 2013

Mike Kelley, uno dei più originali esponenti della scena artistica americana, è il protagonista della mostra – curata da Emi Fontana e Andrea Lissoni – che Hangar Bicocca ospita sino al prossimo 8 settembre.

Nato a Detroit nel 1954 da una famiglia cattolica della working class di origini irlandesi, Kelley è stato il capostipite dell’area creativa californiana che, dopo i fasti degli anni ’80, raccontava di un’America nera e cupa, dove i sogni si erano trasformati in incubi dominati dalla televisione, dalla merce e dalla banalità.

Negli anni ‘70, attratto dall’approccio multidisciplinare del California Institute of Arts, dopo essere stato rifiutato al corso di musica, Mike si iscrive al corso di arte dove studia con John Baldessari, uno dei maestri della generazione concettuale della West Coast, il cui atteggiamento ironico e fortemente anticonvenzionale rimarrà una delle cifre distintive del lavoro di Kelley.

Il suo gusto eclettico, fondato sulla mescolanza dei generi, lo rende incline all’utilizzo di mezzi espressivi diversi, che variano dal video alla scultura, dal dipinto alla fotografia, passando attraverso la musica e il teatro.

La mostra “Eternity is a long time”  – titolo che trae spunto da una frase pronunciata nel video dell’installazione che apre il percorso – si focalizza intorno a dieci importanti opere quasi interamente realizzate da Kelley tra il 2000 e il 2006, evitando appositamente quelle degli stuffed animals, gli animali di peluche, che hanno reso noto l’artista statunitense.  

I temi che Kelley affronta in questo periodo sono legati alla sua biografia, all’adolescenza nella città di Detroit e alla sua formazione, alla memoria individuale e collettiva, e coincidono con una maturità artistica che consente a Mike di produrre installazioni impegnative e complesse, dense di citazioni e rimandi.

L’installazione che apre la mostra, “Extracurricular Activity Projective Reconstruction #1 (A domestic Scene)”, è costituita da un grande ambiente domestico all’esterno del quale è proiettato il video girato dentro il set stesso. L’opera, esposta a Milano nel 2000 in occasione della prima mostra dell’artista alla galleria Emi Fontana, mette in scena una pièce teatrale che narra il tragico epilogo di una giornata di due uomini legati da una relazione omosessuale claustrofobica.

Il lavoro più vicino alla scultura è John Glenn Memorial Detroit River Reclamation Project, installazione costituita da una grande statua dell’astronauta John Glenn che nel 1962 fu il protagonista della prima missione spaziale statunitense. Ispirata al monumento a John Gleen situato nel liceo frequentato da Kelley, l’opera è interamente coperta di detriti, frammenti di vetro, pezzi di metallo e cocci di ceramica provenienti da una discarica sul fiume Detroit, in cui Kelley si imbatte nel 2001 durante un’escursione in barca. Tutti questi frammenti di oggetti trattengono necessariamente una memoria legata all’uso per cui sono stati costruiti o alle persone che li hanno utilizzati.

L’ultima opera esposta, infine, è del 2006 e si intitola “Profondeurs Vertes”. Commissionata dal Louvre in occasione della mostra “Les artistes américains e Le Louvre”, è un lavoro insolito per Kelley: per la prima volta non fa riferimento alla cultura popolare ma a due dipinti appartenenti alla Storia dell’arte del Settecento e dell’Ottocento esposti al Museo di Detroit. Narrano rispettivamente il dramma di un naufragio con un uomo in mare che sta per essere attaccato da uno squalo e una scena campestre dove sono raffigurate due donne. In entrambi i quadri il colore dominante è il verde, che è il colore preferito da Kelley e viene citato anche nel titolo.

E’ chiaro che anche in questo caso c’è il tentativo di un recupero della memoria del proprio passato attraverso le immagini che hanno contribuito alla costruzione dell’immaginario dell’artista.

Mike si è suicidato a Los Angeles nel gennaio dello scorso anno. I suoi ultimi due anni di vita sono stati segnati da un profondo malessere, una grave depressione forse accentuata dal senso di angoscia di fronte al tentativo di storicizzare il suo lavoro. Era in fatti in preparazione una grande mostra antologica che si è inaugurata postuma nel dicembre del 2012 allo Stedelijk Museum di Amsterdam, ora in corso al Centre Pompidou di Parigi fino al 5 ottobre, quando passerà al Moma di New York e successivamente al MoCA di Los Angeles.

La sua arte si è nutrita di luoghi oscuri, sporchi, sdrucciolevoli e insidiosi. Di zone in cui difetti, fratture e inadeguatezze sono scontate, di vite in cui il senso del fallimento diventa di una bellezza quasi commovente, tanto da decidere di privarsi della propria.

Il consiglio: le opere in mostra sono tutte corredate da schede esplicative che il visitatore può prendere e portare con sé. Leggetele, sono illuminanti.

Mike Kelley. Eternity is a long time
24 maggio – 8 settembre 2013
Hangar Bicocca
Via Privata Chiese 2, 20126 Milano
lun/mar/merc.chiuso
giov/ven/sab/dom 11.00 – 23.00
Ingresso libero
www.hangarbicocca.org

Cristina Romanenghi

Da piccola sfogliava i libri d’arte del padre, da grande è riuscita nel difficile esercizio di far coincidere passione e professione diventando socia di una storica galleria milanese.