Blog del Direttore

Moncler e la vergogna del (non) made in Italy

Luca Micheletto
3 novembre 2014

moncler

Molti di noi ieri sera erano sintonizzati su RaiTre per il consueto appuntamento domenicale con Report, una puntata da far venire la pelle d’oca. Letteralmente.
Sì, perché proprio l’oca era il tema principale della trasmissione: per la prima volta una televisione pubblica ha voluto mostrare il trattamento barbaro e disumano a cui vengono sottoposti ogni giorno questi animali che scaldano il nostro inverno grazie al loro pregiato piumaggio.
Ma siamo proprio sicuri che quello che indossiamo sotto forma di piumini delle marche più blasonate sia davvero di alta qualità?
Perché, se è vero che i metodi mostrati nella trasmissione di Milena Gabanelli per spiumare vive le oche sono terribili e privi di un minimo di etica e rispetto per la vita, va sottolineato anche come spesso i grandi brand non si degnino nemmeno di acquistare le imbottiture più pregiate, privilegiando invece miscele di diversa provenienza e valore, di oca e anatra da pochi euro al chilo.
Come se non bastasse, c’è poi il discorso della manodopera che viene ricercata in ogni parte del mondo al costo più basso nonostante i prezzi di listino in negozio siano a tre zeri. Moncler ad esempio ha pubblicamente dichiarato che il made in Italy è un concetto che non gli appartiene e non gli interessa, tanto da aver interrotto da un giorno all’altro le collaborazioni in atto con le aziende pugliesi che producevano i suoi piumini per sbarcare in Romania, dove la fattura completa di un capo è di appena 40 euro. Lo stesso prodotto ma assemblato, cucito e stirato in Italia costerebbe appena 20 o 30 euro in più…una differenza così insormontabile per chi poi vende quel prodotto ad almeno mille euro?
E così, mentre le aziende italiane arrancano e i nostri imprenditori appena sopravvivono, i grandi brand del cosiddetto lusso fanno profitti. Alle spalle del tanto sbandierato made in Italy.