Nella corsa della politica italiana, la staffetta passa a Renzi

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo
17 febbraio 2014

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La politica italiana non smette mai di stupirci. Quando si crede di aver vissuto di tutto e di non potersi aspettare nulla di nuovo, ecco che arriva il colpo di scena che ci fa ricredere di ogni convinzione. Tutti, o quasi, si aspettavano che il sindaco di Firenze sarebbe sceso in campo tramite elezioni e come ovvia conseguenza del fallimento del governo Letta. Sarebbe stata infatti la cosa più logica a livello di popolarità e credibilità sulla scena politica. Invece si è deciso, per la terza volta consecutiva, di formare un governo non eletto dal popolo.

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Suicidio politico o calcolo statistico? I primi sondaggi effettivamente han condannato la scelta di Renzi di “afferrare la staffetta” direttamente dalle mani di Letta. Eppure le indiscrezioni sulle proiezioni dei sondaggi che i principali istituti italiani pubblicheranno i prossimi giorni, mostrano un’inversione di tendenza, probabilmente legata al coraggio avuto di formare un governo in una situazione economica e politica, evidentemente delicata, come quella in cui ci ritroviamo oggi. È una lama a doppio taglio quella che Matteo Renzi sta affilando in questi giorni, poiché se il suo governo darà risposte concrete e valide ai problemi del Paese, la popolarità guadagnata lo lancerebbe verso una schiacciante vittoria alle elezioni successive; viceversa, se si realizzerà in un nulla di fatto(situazione più probabile data la risicata ed inaffidabile maggioranza parlamentale) sarebbe per lui una morte politica prematura che lo renderebbe, in futuro, impresentabile.

Letta, tra me e Renzi mai più retroscena ma solo trasparenza

Il rischio, però, potrebbe non riguardare soltanto le sorti di Renzi, ma anche, e soprattutto, quelle dell’Italia, della sua democrazia e del modo di concepirne la politica. Infatti, mentre i due precedenti impopolarissimi governi non eletti, hanno confermato che gli italiani vogliono ed hanno bisogno di elezioni per andare avanti, se il nuovo esecutivo avesse successo, si potrebbe venire a creare una sorta di meccanismo che legittima i “governi di emergenza” in quanto questi, prove alla mano,  possono concretamente risollevare le sorti di una nazione. È una situazione delicatissima, nella quale non si sa se sperare nel successo o nel fallimento della premiership firmata Renzi. Da un lato fa piacere sapere che l’Italia possa ancora aspirare ad un futuro, ma dall’altro preoccupano le conseguenze che questo può portare con sé.

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Stay hungry, stay foolish”. Che la pensiamo come Steve Jobs o meno, dovremo comunque correre il rischio e sperare che ne sia valsa la pena. Questa mattina alle 10.30, infatti, Matteo Renzi è stato convocato da Napolitano per la formazione del suo futuro governo. Incarico che ha accettato, come ci si aspettava, con riserva. Sin da subito ha parlato di argomenti concreti, quali le riforme in programma per i prossimi mesi. Si parte con la riforma elettorale e istituzionale subito, a marzo riforma del lavoro e dell’amministrazione ad aprile. Dulcis in fundo, riforma del fisco a maggio.
Nel frattempo il totoministri è già iniziato e la poltrona più discussa e ambita è, come al solito, quella del ministero dell’economia. Renzi vuole solo politici, niente tecnici questa volta. Un nome trapelato, poi subito smentito, è stato quello di Romano Prodi. Ma è lui in primis a tirarsi indietro: “Ho smesso di fare politica attivamente 6 anni fa”. È una strada piena di insidie quella che conduce Renzi al Senato per la richiesta della fiducia, venerdì, e alla Camera sabato. Il sostegno di Angelino Alfano, infatti, non è affatto scontato.
Il governo dunque rischia di morire ancor prima di nascere e con esso, forse, la sorte del paese.

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo