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Musica

Noi musicisti in fuga dall’Italia

Elsa Galasio
28 maggio 2014

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Ciò che ci muove dapprima è la passione incontrollabile per la musica e per tutto quello che suscita in noi l’ascolto e l’interpretazione di un pezzo. Poi arriva la voglia di fare di questa irrinunciabile inclinazione un modus vivendi, un lavoro, una vera e propria fonte di guadagno. Puro miraggio per la gran parte della categoria al giorno d’oggi, in Italia ovviamente.

Così si affrontano gli anni di studio nei conservatori e nelle scuole musicali, con costanza, impegno e totale dedizione; la musica assorbe tutte le nostre energie e quasi ci “emargina” socialmente in quella realtà fatta di accordi e di sensazioni ispirate.

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Una volta finito il percorso di studi e ottenuto il famigerato pezzo di carta che attesta le nostre capacità, inizia l’ardua salita verso l’obiettivo che, a rigor di logica, dovrebbe essere di una semplicità estrema: poter vivere di ciò che negli anni si è coltivato con passione ed impegno.

E invece no. Almeno non negli ultimi anni, non per chi non ha i famigerati “agganci”, non in questo nostro Paese che, se deve tagliare, lo fa alle radici del nostro patrimonio culturale.
Ecco quindi che si innesca il meccanismo dell’“arrangiarsi”, ovvero il tentativo, attraverso concorsi, partecipazioni, collaborazioni, concertini e svendite scontate del talento, di portare a casa il necessario per la sopravvivenza.

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Certo esiste una scappatoia, una porta verso l’ignoto che comunque ha un sapore di speranza e di avventura: la fuga all’estero dove, dicono, posti per musicisti abbondano.
Un’audizione dietro l’altra ed ecco che arriva la mia occasione, inaspettata e insperata, di lavorare all’estero per la prestigiosa organizzazione European Opera Center, talent scout dei cantanti lirici in tutta Europa.
Scelta come rappresentante italiana per il concerto di celebrazione dell’Europe Day a Londra, mi faccio testimone finalmente di come sia realmente questo Eden musicale al di fuori dei confini italiani.

Le mie aspettative non sono state deluse, anzi: i modi, i tempi, gli arrangiamenti di prove e viaggi, tutto è stato rigorosamente serio ed estremamente cordiale. Io e gli altri tre prescelti (un mezzosoprano austriaco, un soprano romeno e un tenore francese) siamo stati seguiti e coccolati per l’intera durata della preparazione e del concerto, siamo stati preparati con puntualità e professionalità al debutto in St. John’s Smith Square , celebre sala da concerto nel centro di Londra, alla presenza delle più alte rappresentanze diplomatiche europee.

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Dopo aver cantato per tanti anni in Italia a singhiozzi, rincorrendo i miei datori scandalosamente ritardatari, dopo aver sofferto di scelte opinabili, dopo essere stata costretta a fare di tutto meno che cantare per poter vivere, ecco che improvvisamente mi sono ritrovata a esibirmi in una sala da concerto gremita di un pubblico elitario che applaudiva entusiasta alla nostra performance.

Un’esperienza unica, molto formativa e soprattutto chiarificatrice. Non si pretende certo che tutti i contesti musicali lavorativi siano a questo livello, ma anche solo la metà di esso varrebbe il doppio rispetto alla mediocrità italiana.
Per tutta la durata del mio soggiorno in Inghilterra, incredula ma fiera, mi sono domandata come mai fossi lì, in quel sogno, sebbene non avessi “la spinta”, sebbene non conoscessi nessuno. La risposta è stata addirittura difficile da accettare, dato il modo in cui qui siamo abituati a ragionare: perché me lo meritavo, perché avevo vinto, perché ero stata la più brava, punto.

La conclusione è ovvia e sofferta; per quanto figli di un’Italia così pregna di patrimonio culturale, siamo costretti a cercar fortuna altrove, portando il nostro contributo artistico in luoghi dove verrà apprezzato e valorizzato nella giusta misura.

Elsa Galasio


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