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Noi siamo corpo

staff
8 maggio 2011


E poi arriva il momento di togliersi gli abiti, slegare i capelli, riporre le scarpe, appendere la borsa, levare lo smalto, togliere il trucco e restare lì, sole, davanti allo specchio.
Fin da quando ero bambina mi ha sempre spaventato a morte una storiella che narrava di come mettendosi davanti ad uno specchio, nella notte rischiarata solo dalla luce di se stessa, facendo abituare l’occhio all’oscurità e fissando la propria immagine riflessa, poco a poco si sarebbe visto comparire il proprio vero volto, quello dell’anima. Quando mi fisso attentamente allo specchio quel terrore mi assale nuovamente, e quello che accade probabilmente ha molti punti in comune con quelli della terrificante leggenda.
Se in attimi di letizia e beatitudine ci scorgiamo come leggiadre creature, armoniose nei nostri costumi, affascinanti nei nostri sorrisi e movenze, l’impietoso confronto con lo specchio ci lascia spesso sgomente. Non è più la faccia della nostra anima a fare orrore, ma infiniti segni che leggiamo sul volto e che ci allontanano dall’immagine benevola che abbiamo di noi nei momenti di grazia: quei pori del viso dilatati, l’incipiente aumentare di rughette, la piega arcigna delle labbra, la gobbetta sul naso, l’angolatura degli occhi. Il volto è solo una piccola porzione del corpo: il nostro corpo, questo grande nemico.
Dalla forma delle dita dei piedi alla screanzata piega ribelle e floscia dei capelli, tutto è vasto territorio dove alzare bandiere bianche di sconfitta. Nulla resiste all’attacco incrociato dei nostri occhi e dei nostri ideali e la denigrazione con cui bombardiamo il nostro aspetto fisico, quasi quotidianamente, lascia tabula rasa (è un vero peccato che la cellulite non possa deflagrarsi sotto questa potenza). In questi ultimi giorni, mentre sottoponevo la mia immagine ad un massacro clinico e cinico, molte mie amiche virtuali facevano lo stesso; questo senso di inadeguatezza e frustrazione, il doloroso scoprirsi diverse da come ci si immagina, è probabilmente un sentimento condiviso: un lento supplizio tutto femminile. E allora gli abiti, le borse, i tacchi, i trucchi in cui riponiamo un’estrema fiducia, e nei quali abbiamo investito soldi, energie e ricerche, sono solo un’accozzaglia di robaccia inutile; oramai nemici, li si vorrebbe scaraventare fuori dalla finestra, perché sono stati biechi complici nella costruzione di quell’immagine di perfezione dalla quale lo specchio ci ha irrevocabilmente allontanate. E allora sono davvero i segni di quotidiani fallimenti, sensi di colpa, inettitudini quelli che brutalmente ci appaiono fissando il nostro doppio, sono quelli che ci impediscono di amare e ricongiungerci al nostro riflesso.
Carmelo Bene diceva: “Noi non possediamo un corpo. Noi siamo un corpo”. Credo che il fulcro di tutto sia qui e che la riconciliazione tra immagine e riflesso possa avvenire solo nel rispetto di questa grande verità.

 

Torquemood