Occupy Hong Kong

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo
7 ottobre 2014

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Ad Hong Kong sono ormai due settimane che studenti, e non solo, sono scesi in strada per reclamare ciò che nel XXI secolo dovrebbe ormai appartenere loro di diritto: la democrazia politica. La rivolta è stata per giorni incandescente fino alla notte del 5 ottobre, quando un gruppo di giovani ha sfondato la porta del quartiere generale del governo ad Admirality. La polizia è intervenuta duramente arrestando 74 studenti, tuttora detenuti senza possibilità di cauzione. Ma facciamo un passo indietro: come è iniziato “il tutto”?

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Tutto è iniziato nel 1997, quando Deng Xiaoping (all’epoca il leader cinese) e Margaret Thatcher firmarono l’accordo di cessione di Hong Kong alla Cina, sottoscrivendo la clausola “un paese, due sistemi”. In altre parole: mentre in Cina avrebbe continuato a vigere una dittatura politica, ad Hong Kong ci sarebbe stato un sistema elettorale pluripartitico e democratico. Ancora oggi Hong Kong è una Speciale Regione Amministrativa, tuttavia la decisione del governo centrale di Pechino di limitare a due, massimo tre i candidati alla carica di “capo del governo locale” di Hong Kong delle elezioni 2017, unitamente al fatto che quest’ultimi saranno totalmente selezionati in base alle preferenze della capitale, ha destato l’ira dei cittadini. Poco importa che le elezioni saranno, per la prima volta, a suffragio universale. Gli studenti vogliono di più: vogliono, cioè, selezionare i propri candidati.

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Ancora una volta, come fu per la “primavera araba”, la rivolta viene fatta anche tramite i social network. Occupy Center, il nome del movimento studentesco impegnato nella rivolta, utilizza una app di nome FireChat che, al pari di Twitter nel 2012 in Egitto, aiuta gli studenti orientali a coordinarsi, in modo rapido e funzionale, lungo le strade e le piazze di Hong Kong. L’applicazione, già utilizzata per altre proteste a Taiwan, Iraq e Iran, ha avuto un boom di oltre 100 mila iscrizioni in meno di 24 ore e più di 800 mila sessioni di chat. E a nulla è servito il tentativo del governo di bloccar loro le comunicazioni, chiudendo la rete internet in tutte le zone di proteste, in quanto FireChat può essere utilizzato anche tramite bluetooth.

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Lacrimogeni, sfollagente, spray urticanti. La polizia di Hong Kong ha deciso (futilmente) per il “pugno duro”; ma il tentativo di repressione ha solo invogliato 80 mila cittadini in più a scendere in piazza per protestare al fianco degli studenti. Tuttavia i tentativi di bloccare le proteste non si fermano qui. Oltre a presunti interventi della triade, la famigerata mafia cinese, che di nascosto boicotta i picchetti dei protestanti, sono stati “sguinzagliati” hacker con il compito di interrompere le comunicazioni e disorientare i protestanti. Interruzioni della rete, virus e “applicazioni ombra”, con il compito di spiare e controllare chiamate, messaggi e posizioni fisiche degli smartphone tramite GPS, sono solo alcuni dei sistemi utilizzati.

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Ma i problemi non finiscono qua. Protagonisti degli scontri, infatti, non sono solo polizia e democratici, ma anche quest’ultimi e i sostenitori del governo di Pechino.
Secondo Joshua Wong (vedi foto), 17 anni, leader del movimento studentesco, “gli studenti non si muovono e rimangono in migliaia per le strade, giudicando insufficiente la risposta del governo alle violenze sugli studenti da parte dei simpatizzanti governativi”. Numerosi gli appelli dai capi di Stato di tutto il mondo affinché si assecondino i bisogni di democrazia della popolazione di Hong Kong, ma da Pechino è “silenzio radio”.