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Letteratura

Omicidi in pausa pranzo

Maria Stella Gariboldi
28 settembre 2014

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Il rientro in ufficio è sempre un giorno traumatico, ma per fortuna c’è chi sa metterla sul ridere.
Viola Velocenom de plume di un’ignota impiegata milanese, ne capirete il perché – è una mamma single e come molti dei suoi coetanei lavora in ufficio. La sera, dopo aver aiutato il figlio con i compiti, si mette al computer e coltiva il suo blog, in cui raccontare storie di famiglia, lavoro, quotidianità.

Nel 2013 Viola ha scritto e autopubblicato il suo terzo romanzo, Omicidi in pausa pranzo, e il libro ha avuto tanto successo da spingere Mondadori a ripubblicarlo in una nuova edizione, nelle librerie dallo scorso giugno.

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Francesca Zanardelli (“la Zanardelli” per l’ufficio) è stata finalmente assunta a tempo indeterminato presso una grossa azienda. Un colpo grosso, per una trentaquattrenne che sa di non avere molte chance in un mercato del lavoro infestato da contratti a progetto, stage e precarietà generale.
Inoltre il fidanzato l’ha tradita e lasciata il giorno prima delle nozze, e i genitori sembrano preoccuparsi ancora più di lei, dandola per single a vita.
Una momento non proprio roseo, a cui si aggiunge l’ennesima inattesa disgrazia. Al termine della pausa pranzo Francesca trova la vicina di scrivania sul pavimento del bagno, strangolata con una corda bianca.
L’assassinio di Marinella Sereni (“Forforella” per gli amici colleghi) è solo l’inizio di una serie di omicidi che portano la procura ad indagare su un killer aziendale di cui non si trova traccia.
Tra badge, mensa aziendale, colleghi sopra le righe e una madre che la vorrebbe lontana dall’ “Azienda Omicidi”, Francesca si metterà ad indagare in proprio muovendosi tra le dinamiche tutte speciali all’interno di un ufficio.

Un caso di self-publishing fortunato – o meglio, di meritato successo – che racconta con intelligente ironia la vita di un’impiegata, tra mail telefoni Direttori e una vita familiare da mandare avanti. “Omicidi in pausa pranzo” strizza l’occhio all’amarezza tragicomica del ragionier Fantozzi, ma non dimentica l’alienazione dell’impiegato moderno perso in un labirinto di doveri e convenzioni in cui è facile perdere la bussola – il romanzo si apre in epigrafe con una citazione dal Processo di Kafa.
Per fortuna che anche in situazioni portate all’eccesso c’è chi sa come riderci su.


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