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Orologi svizzeri, la grande paura

Davide Passoni
13 ottobre 2015

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Se in Europa il 2015 sta evidenziando segnali di ripresa sotto il profilo economico, nel cuore del Vecchio Continente c’è la Svizzera che vede grigio in uno dei settori più forti della sua economia: l’industria orologiera. Motivo? Il franco sempre più forte sta penalizzando l’export e lo sta facendo in maniera più pesante nei confronti dei prodotti di maggior pregio come, appunto, gli orologi.

Le preoccupazioni delle maggiori Maison orologiere svizzere emergono dall’edizione 2015 del Deloitte Swiss Watch Industry Study, report annuale che la società Deloitte, una delle maggiori realtà nei servizi professionali alle imprese, stila dal 2012.

Nelle precedenti edizioni, realizzate durante gli anni più bui della crisi, gli operatori del settore hanno sempre guardato con ottimismo al mercato orologiero mondiale. Quest’anno, invece, quando in Europa pare vedersi un po’ di luce in fondo al tunnel, no. Un paradosso? Affatto. Perché la crisi ha livellato i consumi tanto verso il basso (per moltissimi), quanto verso l’alto (per pochissimi). E verso l’alto, l’orologeria svizzera top di gamma ha continuato a navigare a gonfie vele: nel 2014 ha esportato per un totale di 21 miliardi di franchi.

Nell’analisi del fenomeno non bisogna comunque dimenticare che la Svizzera rimane il maggior esportatore mondiale di orologi in termini di volumi. Se, nel 2014, il prezzo medio di un orologio svizzero d’esportazione è stato di 730 franchi (era 310 nel 2000), quelli degli orologi dei suoi diretti competitor, Cina e Hong Kong, si sono fermati rispettivamente a 27 e 7 franchi. Ossia quasi 30 volte e 100 volte minori.

Chi è abituato a primeggiare in maniera schiacciante, pare però percepire come negativi anche piccoli segnali. Ecco allora che, secondo il report di Deloitte, per la prima volta nel 2015 il numero dei dirigenti dell’industria orologiera svizzera che si dichiara pessimista sulle previsioni del settore, superando quello degli ottimisti: 41% contro 14%; manager i quali temono soprattutto che il calo di vendite registrato nel primo semestre dell’anno continuerà.

Quali i principali nemici? Del franco forte si è detto (preoccupa il 69% degli intervistati), ma il report di Deloitte evidenzia anche come, a turbare i sonni dell’orologeria svizzera, siano anche la frenata della domanda in Paesi tradizionalmente affamati di lancette preziose, Cina e Hong Kong in primis (solo il 27% dei manager si aspetta un aumento delle esportazioni lì), e la concorrenza degli smartwatch, che preoccupa un manager su 4. Significativo che il sondaggio di Deloitte evidenzi come il 61% dei cinesi, il 48% degli italiani e il 35% dei francesi (tre mercati fortissimi per l’orologeria svizzera) intenda acquistare uno smartwatch entro 12 mesi contro solo il 17% degli svizzeri.

Orologi svizzeri in crisi, dunque? Ci sembra esagerato fare previsioni catastrofiche, anche perché alla frenata dei mercati asiatici fa da contraltare il ritorno prepotente del mercato Usa. Inoltre, il consistente prezzo medio dei pezzi esportati fa sì che il settore del lusso continui a trainare l’orologeria svizzera, da sempre sbilanciata sul valore più che sui volumi. E per il lusso la crisi, per lo meno in certi Paesi, è stata tutt’altro che nera.


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