Padri separati: un’odissea d’ingiustizia e frustrazione

staff
19 marzo 2012

Sono storie difficili, talvolta drammatiche, quelle che riguardano i destini dei padri separati. Storie di ingiustizie e dure lotte per vedere riconosciuti i propri diritti di padre, che sottolineano la carenza della legislazione italiana in materia e, talvolta, le scarsa attenzione di alcuni giudici. La discriminazione sessuale c’è, eccome; il fatto che sia rovesciata non deve impedirci di eliminarla. La situazione appare poi particolarmente delicata qualora si consideri che in queste vicende le controversie legali s’intrecciano con la sfera affettiva, portando questi uomini sull’orlo del baratro, in un vortice di senso di inadeguatezza e frustrazione.
Un’occasione in più per ricordare questa ferita sociale è data proprio oggi dalla ricorrenza della festa del papà, ma basta guardarsi intorno per constatare come l’attenzione nei confronti della questione si stia diffondendo da sé, in modo sempre più evidente e massiccio.
Nell’ultimo periodo, il cinema e i volti noti della società italiana si sono fatti  portavoce di questo  problema che in molti casi si tramuta in dramma. L’ultimo ad occuparsene, in ordine di tempo, è Carlo Verdone con il suo ultimo film, “Posti in piedi in paradiso”, in cui tre uomini divorziati sono costretti a condividere un fatiscente appartamento per far fronte alla crisi. Molte vicende, poi, sono state raccolte e pubblicate direttamente dai protagonisti: è il caso di Tiberio Timperi, con il libro “Nei tuoi occhi di bambino” (Longanesi), e del pediatra Vittorio Vezzetti, che da sempre si batte contro i torti subiti dai padri in queste circostanze, in libreria con “Nel nome dei figli” (Book Sprint Edizioni).
In Italia il trauma della separazione coinvolge circa 4 milioni di uomini, di cui 800.000 vivono sotto la soglia di povertà a causa delle cifre richieste per il mantenimento dei figli; le leggi del nostro Paese, infatti, non tengono conto della reale situazione economico-sociale dei soggetti coinvolti. Non di rado qualcuno finisce per dover chiedere aiuto alla Caritas, trovandosi a un passo dall’indigenza. Vi è poi l’aspetto morale e il grande senso di disagio in cui sono costretti a vivere questi padri. Pochi e rapidi gli incontri concessi con i figli: i dati indicano che in molti casi si limitano ad 8 al mese, cifre già desolanti che spesso risultano ulteriormente ridotte da imprevisti di ogni genere. A complicare ulteriormente la situazione c’è poi la PAS, Parental alienation syndrome: la sindrome di alienazione genitoriale, per cui il partner che tiene in affidamento i figli sminuisce e infanga la figura dell’altro. Si crea così un circolo vizioso che sfocia nell’indifferenza e nella mancanza di affetto verso “l’altro genitore” e, talvolta, addirittura in odio. Le testimonianze in tal senso sono molteplici e offrono notevoli spunti di riflessione.
In generale, secondo le associazioni e le figure istituzionali che se ne occupano, tutte le vicende di questo tipo trovano un denominatore comune nella concentrazione esclusiva dell’autorità nelle mani dei coniugi locatari – ossia delle madri –, senza nessun equilibrio dei ruoli. Questo, nonostante la legge del 2006 sulla bigenitorialità, che prevede  l’affido condiviso senza prevaricazioni dell’uno o dell’altro partner.
A tutelare la categoria, per quanto possibile, in Italia sono numerose le associazioni di padri separati. Ognuna di esse chiede, principalmente, che vengano riconosciuti i diritti di entrambi i genitori, leggi più eque e il rispetto delle norme vigenti da parte delle madri, nonché una maggiore sorveglianza da parte dei giudici. La lotta di questi genitori sta diventando sempre più dura ma per fortuna sembrano aprirsi spiragli di cambiamento per il futuro. Infine la speranza è che l’Italia si allinei agli altri Paesi europei attraverso una parametrizzazione delle spese di mantenimento che tenga conto delle possibilità economiche dei padri ed un ricorso a sanzioni nei confronti delle madri che non rispettano gli accordi.

 

Alessandro Giuliano