Letteratura

Paola Musa e la poetica dell’impegno sociale

Marisa Gorza
18 novembre 2012

Il destino nel nome? Con quel volto delicato e intenso, i profondi occhi scuri e un certo non so che di etereo nell’insieme, potrebbe davvero essere l’ispiratrice di un bardo d’altri tempi, ma anche di uno attuale. Di fatto, Paola Musa è lei stessa una sensibile poetessa, nonché scrittrice e paroliere di successo.
Ma le sue vibranti espressioni non sono dettate né da Erato né da Calliope. Non ci sono mirti e rose tra i suoi versi liberi, bensì l’epifania di aspre esperienze, vissute da gente vera. In particolare, nella sua ultima raccolta “Ore venti e trenta”, pubblicata da Albeggi Edizioni, narra la vita quotidiana che si svolge alla periferia di una grande metropoli come Roma. Il titolo, non a caso, sottolinea quel momento serale in cui si accendono le luci nelle case e va in onda il TG. Ed è proprio allora che l’autrice, con l’occhio impietoso di una telecamera, scruta nell’animo di casalinghe, badanti, fiorai, maestri, prostitute, migranti, ladruncoli ed assassini.
Nelle sue parole, una società in cui ‘la diffidenza del dolore silenzioso ringhia in altre lingue’, poeti cantori di ‘non più i versi eroici dell’orgoglio/ma le cronache incomplete dei falsari’, ultimi tra gli ultimi, incompresi che al massimo ricevono ‘un gettone di presenza’. E in questo mondo ossessionato da falsi valori, la poesia sta dunque perdendo credibilità? «Purtroppo alla poesia oggi non viene data molta attenzione, né da parte dell’editoria, né dei lettori – mi spiega –, la narrativa in prosa è un genere più d’evasione. I versi però riescono meglio a sintetizzare un’immagine e a farla visualizzare, a trasferire immediate emozioni e vibrazioni».
Ed è proprio tramite questo impalpabile mezzo che i moderni cantori devono assumersi la responsabilità di riferire con autenticità umana. Ossia strappare la poesia al lirismo fine a se stesso e farla diventare di impegno sociale e civile.
Compito ben assolto dalla nostra Paola, attraverso l’uso di un linguaggio per così dire teatrale, ricco di crudi neologismi ed un’efficacia narrativa che disegna perfettamente ogni suo personaggio. Il risultato è un’analisi intelligente, fatta con mente lucida, ma con il cuore aperto e ricettivo ad ogni sussulto che la vita offre. Aprendo il libro a caso mi ha subito colpito la sua potente voce di donna nella lirica “Sotto lo stesso tetto”, satura di violenza, più psicologica che fisica, che termina così: ‘e sui letti su cui dormi veloce con la schiena sudata/lontana da questo tetto dove hai murato il mio cuore’. Per non parlare del tema dello spaesamento e del forzato miscuglio tra civiltà con le intensissime “Migrare” e “Islam”: ‘L’origine è sempre nostalgia/il non ritorno assurto a nuova meta’. «La mia è difatti una denuncia di varie solitudini – conferma la nostra musa –, spesso provocate da una iperinformazione distratta (quella dei TG) che non va oltre la notizia. Parola troppo veloce e vuota».
Viene così ritratta la mancanza di afflato che fa pensare alla frase di J.P. Sartre “L’enfer c’est les autres”. Ma l’espressione poetica della scrittrice sarda non è così pessimista come quella del filosofo francese, qua e là si colgono dei segni di speranza. Come ad esempio nel suo romanzo d’esordio, “Condominio Occidentale”, uscito nel 2008 per Salerno Editrice: Anna e a sua figlia Aurora da una normale esistenza piccolo borghese si ritrovano a vivere in un’auto, precipitate nella realtà di un campo profughi senzatetto ad affrontare un mondo duro, costellato di soprusi e meschinità. Malgrado tutto anche qui la fiammella della solidarietà continua a fremere.
Ed ecco nel 2009 il secondo romanzo “Il terzo corpo dell’amore”, che narra il doloroso e commovente passaggio di Rosy dall’infanzia all’età adulta. Pieno di una sconsolata tenerezza, come pure di una granitica speranza. Oltretutto questo lavoro è il preferito dell’autrice. Perché?
«I percorsi di maturazione passano anche attraverso momenti bui. Anzi sono proprio questi a permettere a Rosy di comprendere l’importanza degli affetti. Il personaggio mi ha fatto rivivere in modo liberatorio la mia stessa adolescenza. Del resto, nell’impegno di raccontare il quotidiano, colgo l’ispirazione sia dentro di me che intorno a me».
Ma come è avvenuta la sua consapevolezza di artista della penna?
«Ho sempre scritto fin da bambina. Nel 1986, appena diciottenne, sono stata invitata ad una rassegna internazionale di poesia, Il Minatore, dove tra gli altri ho conosciuto Walter Rojas e Richard Burns. Quest’ultimo, vedendomi spaurita, è stato subito molto protettivo».
Tipico di Richard of Cambridge questo atteggiamento! Guarda caso io l’ho conosciuto tanti, ma proprio tanti, anni fa, quando ero ancora una studentessa a Londra. Vengo poi a sapere che Paola ha tradotto into Italian una sua silloge…
Ma passiamo adesso alla terza attività della poetessa: quella della stesura di testi di canzoni e commedie musicali che svolge in collaborazione con il marito, il jazzista Dario Rosciglione con il quale ha scritto pure il musical “Datemi tre caravelle”, interpretato da Alessandro Preziosi. Un’esperienza, questa nel campo della musica, complementare o propedeutica?
«Decisamente complementare, mi piace la forza che prendono le parole messe in musica. In fondo la poesia è il genere più lirico tra le arti scritte e la contemporaneità va sempre più in cerca di sinestesi e nuovi stimoli sensoriali».

Marisa Gorza

“Condominio occidentale” di Paola Musa, Salerno Editrice, pp.96.
“Il terzo corpo dell’amore” di Paola Musa, Salerno Editrice pp.208.
“Ore venti e trenta” di Paola Musa, Albeggi Edizioni, pp.79.


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