Cinema

Paolo Genovese e il suo The Place: il lato oscuro di ognuno di noi

Michela D'Agata
16 novembre 2017


Paolo Genovese (Immaturi e Perfetti Sconosciuti) torna nelle sale italiane con l’atteso The Place, presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma.

Un uomo senza nome e senza storia, interpretato da Valerio Mastandrea, siede tutti i giorni, a qualsiasi ora (anche di notte), al tavolo di un anonimo bar, chiamato appunto The Place. Da lui si recano una serie di sconosciuti che chiedono il suo aiuto per realizzare i loro desideri: consultato un librone nero, il misterioso uomo affiderà ad ognuno un compito, la cui difficoltà è proporzionale alla portata della richiesta.

La domanda sorge spontanea: quanto siamo disposti a spingerci oltre per ottenere ciò che vogliamo?

I personaggi dovranno infatti fare i conti con le proposte immorali e spesso oscene dell’uomo; il più delle volte di difficile realizzazione, anche per via dell’intricato intreccio con le storie ed i desideri degli altri personaggi.

Cosa farebbe un padre per salvare il proprio figlio malato? Un cieco per ritrovare la vista? E se dovessero uccidere un bambino o stuprare una donna sarebbero disposti a farlo? Per guarire il proprio marito dall’Alzheimer, chi costruirebbe una bomba da far esplodere in un luogo affollato?

Qualunque sia il prezzo da pagare al misterioso uomo non importa: lui non giudica, semplicemente offre delle opportunità, collocandosi al di sopra della morale e dell’etica e, per sua stessa ammissione, ”da’ da mangiare ai mostri”.

Chi è costui? Forse Dio, forse un angelo custode, forse il demone che tutti ci portiamo dentro, il nostro lato oscuro. O forse ancora, molto più probabilmente, la nostra coscienza. Le persone si siedono davanti al misterioso signore in cerca di aiuto, ma forse le possibilità a cui lui li mette davanti non sono l’unico modo per ottenere ciò che vogliono. Quel che è certo è che ogni uomo è comprabile e che l’egoismo fa girare il mondo, perché è questo che ci guida anche quando compiamo una buona azione.

Interamente tratta, pur con qualche adattamento, tra cui il finale, dalla serie tv Netfilx The Booth at The End (10 episodi di 20 minuti l’uno) ideata da Christopher Kubasik, la pellicola soffre forse di questo adattamento, perdendo la consistenza che la serialità dava alla storia. Ad indebolire e appesantire ulteriormente la sceneggiatura è l’essenzialità della messa in scena, al limite del claustrofobico: l’intero film si svolge all’interno del bar; noi assistiamo all’andirivieni dei personaggi e sappiamo ciò che fanno quando escono solo tramite loro racconti dettagliati.

L’idea di un’indagine dell’animo umano e dei suoi lati oscuri è la medesima che troviamo in Perfetti sconosciuti: un progetto ambizioso che però qui perde la leggerezza del film precedente presentandosi invece nella forma di un dramma dalle troppe pretese. Forse Genovese questa volta ha fatto il passo più lungo della gamba.

Straordinario, invece, il cast, a partire da Mastandrea. Il non vedente Alessandro Borghi, l’eroico Rocco Papaleo, la seducente Vittoria Puccini, il figlio ribelle Silvio Muccino, il padre disperato Vinicio Marchioni, la suora Alba Rohrwacher, e poi Silvia D’Amico, Giulia Lazzarini, Marco Giallini e Sabrina Ferilli: compongono un ben assortito campionario umano che si fa portatore di emozioni, ansie, paure e desideri umanissimi e in cui tutti riusciamo a riconoscerci.


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