Leggere insieme

Piccolo Elefante va in Cina

Marina Petruzio
18 luglio 2016

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Piccolo Elefante va in Cina è un piccolo gioiello. A patire dal formato, per la casa editrice che lo ha portato in Italia, OrecchioAcerbo, per la traduzione di Carla Ghisalberti.

Certo anche per la raffinatezza delle illustrazioni che – nonostante i neri e gli ocra – rimandano all’infanzia, affascinanti nei toni, deliziose nei contenuti. E poi per i due autori. Sesyle Joslin, scrittrice, i cui albi sono stati illustrati dai migliori artisti, a partire da Maurice Sendak, col quale vinse il Caldecott nel 1959. Autrice che fece delle buone maniere un gioco, che ispirò alcuni dei suoi libri, affinché passassero con serenità e intelligenza alle sue tre figlie, e non solo. Penna gentile che seppe cogliere l’infanzia, accoglierla e ascoltarla. E Leonard Weisgard, illustratore, artista innamorato di tutte le forme d’arte e del bello, uomo colto, il cui interesse per la qualità dei libri per bambini iniziò quando ancora ne era un esigente lettore, a otto anni. La sua passione per il disegno lo portò a essere l’artista che fu, con la forte motivazione a occuparsi di illustrazione per l’infanzia per lasciare un segno in quella che lui definiva una illustrazione monotona e monocroma, se non addirittura sdolcinata e senza nervo. Si avvalse sempre di una vasta gamma di colori e di tecniche inusuali per l’epoca e per i libri per bambini: dalla tempera alla matita, dallo stencil al collage, usando anche gesso e inchiostro. Negli anni della sua carriera, secondo le parole di  Ken Chowder,ha decorato il paesaggio interiore delle menti dei bambini come nessuno ha mai fatto”.

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Dedicare tempo a un bambino, dedicargli un tempo di ascolto anche se assume quel tono lamentoso di quando – lasciata l’occupazione che sembrava assorbirlo completamente, forse per nostalgia, forse per reale disinteresse e noia verso un gioco che conosce – ricorre all’adulto avanzando le più svariate richieste. Mi annoio, cosa posso fare, ho fame…precedono inevitabilmente. E molto spesso: giochi con me? Significa anche e soprattutto trovare soluzioni per stimolare la sua curiosità.

Non è un trucco, è saggezza e Mamma Elefante, gigantesca figura grigia in costume intero a grandi fiori, che indossa enormi quanto misteriosi occhiali da sole e un grande cappello di paglia, lo sa.

E in spiaggia, in una giornata di vacanza qualsiasi, entra subito in relazione giocosa con Piccolo Elefante, padroneggiando perfettamente ansie e noia.

E laddove non possono più un castello di sabbia, il raccogliere conchiglie o fare una passeggiata – quando si sa che come minimo il Piccolo Elefante ha passeggiato per anni – e guardare il panorama porta solo a trovare in ogni parola un corrispettivo succulento e goloso e vedere in ombrelloni i ciambelloni, può sicuramente una buca. Sopratutto se porta in Cina, cioè dall’altra parte del mondo!

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Dopo aver accolto, sebbene con qualche gentile considerazione, la fame di Piccolo Elefante – Mio caro Piccolo elefante questa non è una novità. Tu hai sempre fame e io alle volte mi chiedo se ti capiti mai di pensare a qualcosa che non sia il cibo – cucinando per lui degli hamburger ben cotti,

rassicurandolo sulla sua presenza e la sua cura, Mamma Elefante propone un gioco, ma non un semplice gioco. Un gioco che ha un potenziale immaginativo altissimo, una concessione di autonomia e di maggior bravura: scavare una buca. Che già da sola è foriera di mille possibilità, un tunnel fresco che non si sa dove sbuca, una buca da riempire e dove trovare cose o acqua. Una buca dove non si vede, misteriosa. Mamma Elefante si spinge oltre, non una buca qualsiasi, no, una buca così profonda da arrivare in Cina, un posto dove saggiamente afferma di non essere stata capace di arrivare, nonostante abbia provato a scavar buche! Ma lei, si sa, era solo una ragazza elefante.

Piccolo Elefante ci riuscirà, ne è convinta mentre si risistema gli occhiali da sole sulla proboscide e si sdraia nuovamente al sole e con quel “Ti aspetterò” regala autonomia di pensiero e immaginazione, fiducia al Piccolo Elefante. Che, sebbene vada e torni nervosamente in cerca di rassicuranti informazioni, è pronto ad andare per il  mondo o pensare almeno di poterlo fare.

Una carezza alla sua autostima.

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Così, ben equipaggiato con Orso, paletta, occhialini da nuoto e cestino da pic nic in testa per viaggiare in incognito, qualche parola in cinese insegnata dalla mamma, strumento necessario per muoversi autonomamente in ogni luogo – l’albo è del 1963, in ultima pagina un piccolo glossario dal cinese all’italiano e pittogrammi disegnati sulla sabbia da una mamma che mai! è arrivata in Cina – Piccolo Elefante parte per il suo viaggio dall’altra parte del mondo, dove sicuramente chi vi abita vive a testa in giù. Le mille avventure che riporterà al ritorno saranno le immagini prodotte dalla sua fantasia di questo meraviglioso viaggio che può essere anche l’andare dalla spiaggia al baracchino dei gelati, ma che i bambini sanno vivere con interiorità e ricchezza.

Al ritorno l’abbraccio della mamma che trasporta un viaggiatore stanco e l’ultimo gioco complice con lei sanciranno definitivamente la ri-unione e riporteranno a un qui e ora conosciuto e rassicurante.

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Le illustrazioni si avvalgono di tecniche miste che vanno da un segno grafico che da solo disegna, come le righe giallo scuro della maglietta di piccolo elefante,  a parti pittoriche ben tratteggiate e sfumate dal chiaro scuro, al collage. Da un segno tracciato a matita allo stencil a tinta piatta dell’ombrellone bicolor o dei castelli di sabbia. In perfetto equilibrio col testo.

Un albo decisamente molto curato.

 

Piccolo Elefante va in Cina
di Sesyle Joslin
illustrazioni: Leonard Weisgard
tradotto: Carla Ghisalberti
collana: Racconti e romanzi
editore: Orecchio Acerbo
euro: 13,00
età di lettura: dai 4 anni


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