Cinema

“Pierrot le fou” di Jean-Luc Godard (1965)

staff
1 luglio 2011


Ferdinand è un uomo sposato e annoiato. Marianne una giovane donna con una famiglia coinvolta nella malavita. I due erano amanti, e si ritrovano a casa di Ferdinand quando lui e sua moglie assumono lei come babysitter. I due decidono così di scappare insieme, uccidono un losco figuro e sono costretti a vagare per la Francia. Inscenano la loro morte, danno fuoco all’automobile e intraprendono un’avventura on the road; ma dei criminali sono sulle loro tracce…
La sola trama di “Pierrot le fou” ci dice ben poco del film, infatti questo capolavoro della nouvelle vague è una forte esperienza visiva. Sebbene le lettere, le parole e la letteratura siano parte integrante del film (come vediamo già dai titoli di testa), sono le forme, i colori e le immagini che Godard dissemina per tutte le scenografie ad attirare l’attenzione dello spettatore. Il rosso, il giallo, il blu e il bianco riempiono quasi ogni inquadratura, gli interni sono pieni di immagini appese ai muri.
“Pierrot le fou” è un film visionario, dalla struttura affatto lineare; richiede un impegno da parte dello spettatore che va ben oltre il seguire passivamente la trama: è richiesto uno sforzo interpretativo per dare senso ai passaggi non proprio immediati della storia. Così colmare le incongruenze, gli apparenti nonsense della trama, cogliere i parecchi riferimenti culturali e pop diventa una sorta di sfida per lo spettatore. Molto diverso dal cinema a cui ci aveva abituato la Hollywood del codice Hayes, questa opera (inserita in pieno nello spirito della nouvelle vague) è un chiaro punto di rottura, sia per temi che per l’uso della grammatica filmica, dei movimenti di macchina e della costruzione dell’inquadratura con il modus operandi tradizionale. La frammentarietà della narrazione è evidente e sottolineata più volte nel testo: ad esempio nel continuo saltare dei capitoli (Primo, il seguente, ottavo, ottavo, etc…) del romanzo scritto dal protagonista (in realtà la mano che vediamo scrivere non è quella di Belmondo, ma quella dello stesso Godard). Il film non è soltanto questo: è una sinfonia di musica, immagini e parole, dove i testi recitati dalla voce fuori campo hanno una musicalità tale da farne quasi una colonna sonora (si nota con più efficacia nella versione originale) i due momenti in cui questo aspetto è più evidente è all’inizio, quando Ferdinad legge a sua figlia il passo su Velasquez e alla fine quando le voci fuoricampo dei due protagonisti leggono la poesia di Rimbaud.
“Pierrot le fou” è un film non facile, ma ha un’innegabile capacità di comunicare, ispirare, interrogare. Una pellicola che, nonostante gli anni, non ha perso la sua vena ribelle; un film con una forte capacità di rottura e di coinvolgimento che si rivela molto più moderno di alcune (troppe) pellicole contemporanee. Insomma è evidente che l’intento di portare una nuova “onda” che rinfrescasse le acque del panorama cinematografico mondiale è stato raggiunto con successo da film come questo, “I quattrocento colpi” di Truffaut (1959), “Fino all’ultimo respiro” (1960) dello stesso Godard e in generale da tutte le opere dei “giovani turchi” dei “Cahiers du cinema”.

 

Giustino De Blasio


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