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Arte

Plasmare sogni: un’intervista a Sandro Cabrini

staff
10 marzo 2012

Milanese, classe 1948, artista poliedrico nei materiali e nelle tecniche ma costante nei simboli.
Accompagnato dai suoi “omini” da più di quarant’anni, ha esposto le proprie opere a Milano, Orvieto, Torino, Ginevra, San Pietroburgo, New York, Chicago, Houston e Miami.
Lo incontriamo nel suo studio milanese, in via Arena 19, per comprendere, in occasione della sua esposizione nelle sale Lounge e Underground del Lu.C.C.A., Lucca Center of Contemporary Art, dal 4 febbraio al 18 marzo 2012, il senso profondo della sua opera artistica e la sua concezione del mondo dell’arte.

 

“L’originalità consiste nel tornare alle origini” sentenziò Gaudì. Vorrei dunque partire proprio da esse: quale sono state le tappe dirimenti del suo percorso artistico-esistenziale?

Sono nato a Milano, ho studiato al Liceo Artistico fra il 1964 ed il 1968, per poi iscrivermi alla facoltà di Architettura dove ho conseguito la laurea. Ho cominciato a lavorare nel 1971 per sostenere economicamente i miei studi. É fra il 1969 ed il 1970 che mi sono avvicinato al mondo artistico, in un contesto culturale, sociale e politico di grande mutamento. Il ’68 mi ha visto concordare su alcune istanze da esso emerse, discordare rispetto ad altre. Mi sono iniziato ad interessare all’analisi del comportamento della massa, notando che gli individui che la compongono acquisiscono un’identità collettiva eterogenea rispetto a quella dei singoli membri. La riflessione su questo tema ha accompagnato le mie opere sino ad oggi.
Frattanto ho avuto degli incontri con diversi galleristi, di cui alcuni anche famosi, ma avevo avuto l’impressione che l’Italia, a livello artistico, fosse una parrocchia, nel senso che esistevano soltanto piccoli circoli artistici chiusi ed autoreferenziali, dediti ad una vergognosa caccia al collezionista e gestiti da una Sinistra radicale mediante appoggi politici.
In quell’epoca frequentavo abitualmente diversi artisti: Trubbiani, i due Pomodoro, Mariani. Ho poi deciso di cambiare percorso, lavorando presso alcuni architetti per poi mettermi in proprio senza successo.
Ho allora deciso di iniziare un nuovo cammino professionale grazie alla scoperta, fatta in Svizzera, del settore della comunicazione rivolto alle banche. Tornato in Italia ho fondato un’ agenzia, chiusa due anni e mezzo fa, grazie a cui ho lavorato a progetti internazionali in settori molto diversi: dalla Formula 1 alla musica, con Muti, Abbado, Veronesi, dalla Gazzetta dello Sport all’alimentazione. Ho scelto di chiudere l’agenzia per dedicarmi interamente alla mia passione primaria: l’arte, a cui peraltro non ho mai smesso di dedicarmi in tutti questi anni ( avrò in archivio almeno 4-500 opere! ), sebbene senza regolarità.

 

Quali sono i suoi modelli artistici ?

Miei punti di riferimento, oggetto di passione e studi intensi, sono sicuramente Klee, Kandisky e la Bauhaus. Mi sono esercitato a lungo su alcuni testi editi da Feltrinelli, oggi non più in commercio, contenenti le lezioni degli artisti della Bauhaus. Non posso poi nascondere l’influenza dei colori di Matisse e Gauguin, l’apporto di Francis Picabia, l’interesse per alcuni lavori di Boccioni. In conclusione direi che non c’è stato un modello esclusivo, ma moltissimi stimoli recepiti da vari artisti. Tale tendenza prosegue ancor oggi; l’anno scorso ho visitato numerose fiere d’arte, dodici penso, italiane e non (fra cui New York, Basilea, Miami, Berlino, Parigi, Madrid) per compiere una ricognizione sullo stato dell’arte contemporanea.

 

Che giudizio si è fatto della produzione artistica degli ultimi anni?

Le fiere sono tutte uguali: mercati di vendita in cui nessuno tenta di proporre al pubblico emozioni e novità. Manca la ricerca di linguaggi artistici personali e riconoscibili. Io credo infatti che le due pietre miliari di un artista siano il possesso di un linguaggio proprio e facilmente riconoscibile ed un contenuto forte da trasmettere. Spesso manca una di queste due qualità, ancor più spesso mancano entrambe.

 

Dalle sue parole emerge la consapevolezza dell’omologazione e della massificazione che, frutti nocivi della globalizzazione, incarnano una tensione al livellamento. Secondo lei in tale realtà vi è spazio per l’identità individuale?

Nelle mie opere cerco di prospettare tale possibilità; non vendo moltissimo, di certo non aiutato dal difficile periodo economico, ma raccolgo consensi notevoli, testimoniati dall’affluenza del pubblico alle mie esposizioni. Basti pensare che le mie mostre americane presso Chicago e Houston hanno attratto rispettivamente 6-7000 e 14-15 000 visitatori!
A Torino, in una collettiva a cui ho partecipato, sono passate circa 20 000 persone, a San Pietroburgo ho ricevuto circa centocinquanta dediche e testimonianze di apprezzamento. Penso che tali dati possano testimoniare l’attualità della mia proposta. Ci troviamo certamente di fronte a una situazione economica e culturale di transizione. In tale contesto si distinguono prevalentemente forme culturali trasgressive e portate all’eccesso: è altrimenti difficile ottenere visibilità sui mezzi mediatici. Pertanto la mia prossima uscita, anche se lontana da eccessi e da cattivo gusto, potrebbe tentare di veicolare i temi a me cari con maggiore visibilità.

 

Un giudizio complessivo sulla sua arte: la inquadrerebbe in un contesto artistico di razionalità o irrazionalità?

Questa è una domanda difficile. In entrambe le possibili risposte vi è insieme del vero e della menzogna.
Io penso di trasferirmi in maniera abbastanza forte e reale in quello che faccio: ogni pezzo di carta da me impiegato è profondamente ragionato. Quando affronto un soggetto preparo prima degli schizzi, poi ritaglio e posiziono le figure, infine scatto una fotografia della composizione e se non mi aggrada ricomincio da capo. É dunque un processo molto razionale. Peraltro a seguito di tutte le operazioni citate, nel momento in cui concludo l’opera, lascio sempre spazio a gesti estranei alla logica razionale. Si tratta di provocazioni all’interno della mia opera, anche se difficili da intuire per l’osservatore che non conosce la genealogia del lavoro artistico.
É dunque uno schema razionale, con regole proprie, nel quale irrompe una forte corrente di irrazionalità e di intuizione. Mi è anche capitato più volte di intervenire nuovamente su opere concluse mediante un’operazione di “medicamento” che dia loro vita nuova.

 

Può fornire a me ed ai lettori di Luuk Magazine qualche informazione sullo svolgimento della sua personale di Lucca?

La mostra sta andando piuttosto bene con un buon numero di visitatori in progressivo aumento. Io sto vivendo attivamente la mostra, in quanto ogni finesettimana partecipo ad essa con incontri, conferenze e dibattiti.

 

Titolo della sua mostra in corso è “Archetipi del sogno”. Chiaro è il riferimento alla tesi junghiana relativa all’esistenza nell’inconscio collettivo di figure simboliche, “forme senza contenuto atte a rappresentare la possibilità di un certo tipo di percezione e azione”. Sostiene anche lei l’esistenza oggettiva di tali punti nodali del mondo delle immagini? Che importanza ha nella sua produzione artistica la dimensione onirica?

Sicuramente le mie figure sono archetipi: è un linguaggio che uso sin dalla fine del ’68. Questo alfabeto si evolve lentamente e mai linearmente: adesso si ritrovano nelle mie opere simboli riemersi da riflessioni molto lontane nel tempo. Il sogno è stato un elemento inseritosi grazie al confronto con Maurizio Vanni, il curatore della mostra di Lucca, che ha visto nelle mie figure l’espressione di un mondo onirico.
E in effetti io cerco di proporre proprio l’impiego di noi stessi per la realizzazione di sogni e aspirazioni. Nutrirsi di se stessi è facile nel sogno, almeno soggettivamente. Io riesco, soprattutto nei sogni del mattino, a intervenire e guidare parzialmente il sogno. É un mondo parallelo in cui io mi immergo.
Il sogno ha una sua vita autonoma, ma rapportato alla realtà deve costituire uno stimolo per proseguire nel difficile cammino esistenziale. Le persone senza sogno sono persone tristi. Le mie figure sono persone drammaticamente vissute, con bordi stracciati che esprimono una sofferenza latente: hanno però nei gesti e nel movimento una speranza nel futuro, nella gioia di una vita migliore.

 

A proposito del critico d’arte da lei nominato: sono stato molto colpito dalla poetica immagine elaborata da Maurizio Vanni in riferimento al significato della sua opera. Egli afferma: “Equilibri esistenziali, equilibri divini, equilibri spazio-temporali, equilibri intellettivi, equilibri creativi, equilibri socio-culturali, equilibri sentimentali ed equilibri emotivi. La vita non è altro che la continua ricerca verso un equilibrio esistenziale consapevoli che non esiste”. Parole splendide. Condivide?

Quando ci bilanciamo su un solo piede tutto il nostro corpo si adegua per ritrovare una stabilità effimera, che dura pochi secondi e riparte alla ricerca di una dinamica migliore. Tale fiducia nella possibilità di ritrovare l’equilibrio, anche quando eventi concreti ci toccano e buttano per aria, è fondamentale: solo con un certo equilibrio è possibile continuare a vivere. La vita è infatti un incessante confrontarsi con gli altri.

 

Intervista a cura di Luca Siniscalco


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