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Gerusalemme

Carla Diamanti
5 luglio 2014

Gerusalemme

Succede di trascorrere un venerdì davvero speciale. Di quelli che dalla mattina alla sera ti fanno attraversare mondi, superare confini, ascoltare preghiere diverse, contemplare luoghi diversi e sentirli propri. Rispettare, soprattutto. Ti insegnano a rispettare.

Succede se si decide di partire da Gerusalemme al mattino presto e di valicare un muro di cemento armato per entrare a Betlemme. Già quel muro è un viaggio, è un urlo, è un museo vivente di preghiere, di invettive, di speranza e di fallimento. Separa genti e luoghi e si radica sul cuore. Dietro c’è la grotta della Natività, ci sono le file dei pellegrini che aspettano pazienti di inchinarsi sulla pietra, di lasciare una preghiera rincorrendo dentro di sé qualcosa che potrebbe essersi perso nel corso della vita ma che lì sembra voler riemergere con forza.

Fuori il caldo accompagna per le strade polverose affiancate dalle dimore precarie di un campo profughi, dove alla durezza uniforme dei luoghi fanno da contrappunto i giochi dei fili colorati con cui le donne palestinesi ricamano tessuti anonimi, trasformandoli in oggetti da offrire in cambio di pochi spiccioli. Più in la le pietre, lo sguardo disilluso che muore nelle urla senza voce.

Il bianco della pietra che custodisce le spoglie di un leader rimbalza qualche decina di chilometri più in là, dove il giorno che si conclude diventa il giorno di tanti altri.

Quando il tramonto spegne il venerdì, altre anime e altri cuori si dispongono a festeggiare lo Shabbat che sta per entrare. Ai piedi della Cupla della Roccia, davanti al Muro Occidentale di Gerusalemme è quasi una catarsi: la festa sta per cominciare, la preghiera anche. Prima della cena, celebrata secondo un rito antichissimo in onore della famiglia, degli ospiti e del riposo, prima che il pane venga spezzato e che il vino venga condiviso fra tutti coloro che siedono alla stessa tavola, l’ingresso del nuovo giorno e la fine di quello appena trascorso vengono annunciati dalle stesse stelle, le prime che appaiono nel cielo. E cosi, quando il muezzin lancia il vibrante richiamo alla preghiera del venerdì sera, rabbini e religiosi sanno senza alcun dubbio che è iniziato il Sabato ebraico. Anche questo sembra essere un segno.

Carla Diamanti
www.thetraveldesigner.it

Credits foto: Charlotte Boyer


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