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Quando i cinesi superano la nostra fantasia

Barbara Micheletto Spadini
3 settembre 2013

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Frequento Bolzano da diversi anni, una piccola città molto animata che incanta per le facciate colorate degli edifici del centro storico, i porticati, i vicoli, le piazze, i numerosi negozi, caffè e pasticcerie. In occasione delle mie visite alla città, non mi faccio mai mancare una sosta gastronomica in uno dei tanti ristoranti tipici bolzanini, sempre accoglienti con le pareti rivestite in legno, le tovaglie colorate, i boccali di birra e l’immancabile stube.
Lo scorso week end, passeggiando per le vie pedonali, decido di fermarmi nel noto ristorante che produce l’ottima birra Hopfen, rigorosamente torbida e non filtrata, letteralmente preso d’assalto per la stagione estiva, con la fortuna di riuscire a trovare un tavolo nonostante non avessi prenotato.
Inizio a pregustarmi l’immancabile tagliere di speck e di formaggi di malga, da accompagnare ai brezel, i kanederli di rapa rossa e altre specialità sudtirolesi.

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All’improvviso rimango sconcertata da un particolare assolutamente inedito da queste parti (a Milano la cosa sarebbe passata quasi totalmente inosservata!): tutte le cameriere sono cinesi/orientali ma indossano il tipico abito altoatesino! L’immagine è a dir poco scioccante.
Anche questi luoghi, vere e proprie roccaforti delle tradizioni locali, hanno passato il testimone a persone lontanissime dalla cultura presente, snaturando e compromettendo fortemente la qualità dell’offerta.
In un mondo globalizzato, con il quale conviviamo ogni giorno, constatare che quasi nulla rimane intatto e ben poco viene difeso come bene del nostro patrimonio lascia un velo di malinconia.
Una domanda, forse troppo istintiva, sorge spontanea: l’economia del nostro “Bel Paese” soffre, molte persone faticano a trovare lavoro e gli imprenditori italiani sono costretti sempre più spesso a spostare le loro attività oltre confine per necessità e non per scelta: è questa la strada che intendiamo percorrere? Desideriamo cedere, giorno dopo giorno, le risorse del nostro patrimonio artistico, culturale, gastronomico, artigianale e trasformare il Paese in un’enorme Chinatown?

Barbara Micheletto Spadini


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