Lifestyle 2

Quando il caffè “fa figo”

Claudia Alongi
12 febbraio 2013

Se in Italia sorseggiare il caffè (espresso, amaro e bollente) è un’istituzione, c’è chi altrove l’ha trasformato in un’esperienza “cult”.

Primo fra tutti, Starbucks. Il colosso statunitense della “sirena a due code” apre i battenti nel 1971 a Seattle (guarda caso la città in cui si registra il più alto consumo di caffè degli Stati Uniti) e oggi conta più di 19.000 punti vendita in oltre 42 paesi del globo. Un boom clamoroso che ha dato vita ad una vera e propria “Starbucks mania”. Sì perché di questi tempi il caffè d’asporto (o “coffee to go” che dir si voglia) lungo, un po’ annacquato e in quel ben noto bicchirone con logo, fa tanto look metropolitano. Così, semmai ci trovassimo nella Grande Mela o nella Città degli Angeli, ci ritroveremmo a bere e camminare come minicelebrity in fuga dai paparazzi o a scribacchiare e navigare in rete “scroccando” la rete wifi della caffetteria.

E poi, what else… c’è Nespresso, l’azienda svizzera del gruppo Nestlè che, con le sue “boutique del caffè” e George Clooney, è riuscita a vendere l’espresso ai consumatori italiani elevandolo a prodotto di lusso accessibile. Una formula vincente a metà strada tra il design del colore e la pura degustazione del caffè “in cialde” (che pensate un po’… è un’invenzione tutta made in Italy del gruppo Lavazza).

Per restare in tema patriottico, è di questi giorni la notizia che Lavazza, leader italiano del settore, intende aprirsi al mercato internazionale con una rete di ben 400 “Coffee Shop” Lavazza Espression in tutto il territorio del Regno Unito. I primi punti vendita sono già pronti al debutto a Derby, Leeds, Newbury e Londra. Al momento Lavazza ha già un presidio nel Regno Unito, al Trafford Centre di Manchester e nei magazzini londinesi Harrods.

Insomma, una “dichiarazione di guerra” alle grandi multinazionali che farà piacere ai tantissimi cultori inglesi del caffè che aspirano a un’autentica “italian coffee experience”.

Claudia Alongi


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