Musica

Quando un’opera funziona: Falstaff

staff
11 febbraio 2013

Capita raramente di imbattersi in una produzione tanto ben riuscita quanto questo Falstaff di Verdi con la regia di Robert Carsen, in scena alla Scala fino a domani per l’ultima replica. L’allestimento di un’opera lirica concentra in sé un enorme numero di maestranze artistiche diverse, come nessun altro spettacolo teatrale. Per quest’allestimento si può dire che il risultato del lavoro d’equipe di cantanti, scenografo, costumista, light designer e del direttore Daniel Harding sia stato magistrale.
Falstaff è un’opera in sé deliziosa e molto particolare se paragonata ai precedenti lavori del maestro. É davvero incredibile pensare che, compiuti ottant’anni, Verdi abbia dato una tale svolta al proprio lavoro, distanziandosi da tutto ciò che l’aveva reso noto. La collaborazione con Arrigo Boito per la stesura del libretto è senz’altro fondamentale, tanto da creare un’opera in cui musica e testo sono più che mai legati e vicendevolmente rafforzati uno dall’altro. Il soggetto di partenza è noto ai più, trattandosi de “Le allegre comari di Windsor”, una delle più vivaci commedie shakespeariane, conosciuta da Verdi fin da giovane. Pur trattandosi di una commedia, Verdi è riuscito a donare all’opera uno spessore che supera il comico per approdare all’ironia, non priva di accenti malinconici e in un certo senso autunnali.

Lo stesso Carsen, nell’affrontare quest’opera, è stato particolarmente attento a non tralasciare l’attenzione dedicata da Verdi all’ approfondimento emotivo dei personaggi. Per questo, momenti drammatici come la crisi di gelosia di Ford, o lirici come l’aria di Nannetta nel terzo atto, spezzano il ritmo tragicomico e generalmente sopra le righe che pervade il resto del lavoro. All’idea dell’ambientazione prescelta, che situa la vicenda nell’Inghilterra degli anni’50, molti melomani erano rimasti quanto meno contraddetti, ma si sono dovuti ricredere: le scene e i costumi rendono molto bene il lusso un po’ paludato di cui si circonda Falstaff e la baldanza briosa di Mr Ford e della moglie Alice, nonché della vivace Mrs. Quickly e di Mrs.Meg. I colori pastello della cucina di casa Ford, contrapposti al mobilio ottocentesco dell’Osteria della Giarrettiera, rendono bene “lo scontro di classe molto forte” e “il problema dell’aristocrazia inglese, entrata allora  in una fase di declino, e ancora nostalgica del proprio passato”.

Anche per quanto riguarda i cantanti, costretti in quest’opera ad una linea vocale che non concede quasi mai slanci lirici e volutamente non dà spazio al grande solismo verdiano, bisogna dire che la scelta è stata del tutto riuscita. Dal protagonista Bryn Terfel, esperto cantante e istrione sulla scena, a una spassosa Daniela Barcellona con fare da maitresse nei panni di Mrs. Quickly, a Massimo Cavalletti che ha dato il meglio di sé nel 2° atto, travestito da Sig. Fontana. Si ha avuto l’impressione  di una vera squadra di interpreti, energici e coesi nel portare in scena un’opera che trova la propria forza proprio nell’impronta corale e nella vivacità scenica.

Eva Marti


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