Leggere insieme

Quella peste di Sophie

Marina Petruzio
18 ottobre 2016

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Donzelli editore riporta in libreria, e con speranza nelle cartelle di bambine e bambini, Quella peste di Sophie che la contessa Sophie de Ségur, nobile russa di padre generale e sposa di nobile francese, scrisse quando ormai era già nonna: nel lontano 1858 all’età di 57 anni.

È un romanzo, illustrato da Sophie de La Villefromoit, dall’aria antica – assolutamente attuale il contenuto ad alto tasso pestifero -, di un caldo rosso spugnato la sovracoperta che un’elegante cover mastice prepara all’attesa di una favola di quelle principesche, da rannicchiarsi per godersela tutta. Ma ben altro attende il lettore e la lettrice tra le pagine e le bellissime illustrazioni.

Nastri moirè a foggia di eleganti fiocchi, intrecci di gonfie rose petalose, tralci o ghiande, fanno da cappello al titolo di ogni capitolo, introducendo con minuti dettagli l’esuberanza di Sophie, tra il sadico e il dispettoso. Un’infanzia bambina che libera dai busti steccati, che facevano il verso a quelli rigidi delle loro mamme, indossati i mutandoni, pur sempre tali anche se portati solo sin sotto il ginocchio, ornati da pieghe, piegoline, nastri e sangalli, finalmente libera di saltare: lo vorrebbe fare in tutti i sensi, provocando salti anche in chi la crinolina non aveva ancora finito di indossarla.

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Una bambina che ti aspetti meravigliosa ma che meravigliosa non è o comunque non nel senso lato del termine. Non bellissima principessa a cui le fiabe hanno abituato i bambini sino ad oggi, Sophie era una bambina, bella per questo.

Sophie era vanitosa…Però bella, proprio bella, Sophie non era. Aveva un bel faccione fresco e allegro, due magnifici occhi grigi, un naso all’insù un po’ grosso, una bocca grande e sempre pronta al riso e i capelli biondi, dritti come stecchi e tagliati a caschetto, quasi come quelli di un maschio.

Ed è così che Sophie de La Villefromoit la disegna nelle sue illustrazioni. Una testa grande su un corpo leggermente sproporzionato, viso largo e occhi enormi incorniciati da un arco di sopracciglia marcate.

Le piacevano i bei vestiti, però il suo abbigliamento era fin troppo semplice: indossava sempre, in estate e in inverno, un abitino di percalle bianco, senza colletto e con le maniche corte, calze un po’ spesse e scarpe nere. Non portava mai cappello né guanti.

D’altro canto, un certo tipo d’infanzia aveva allora ben poche occasioni di lasciare la magione, il castellotto, la casa nella quale nasceva e cresceva, nella quale si organizzava la sua istruzione, chi si occupava di loro e dove si svolgeva quel minimo di socialità di cui un essere pensante ha bisogno per crescere curioso e sano. Abitini di cotone potevano bastare, magari sovrapposti d’inverno, sebbene pur sempre di cotone.

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Eppure Sophie è affascinante e da subito ci si aspetta molto da lei: diversamente bella, diversamente buona Sophie è una bambina, una bambina di soli 4 anni.

Ci aspetteremmo dai dialoghi e dalla capacità fisica e organizzativa una bambina forse più grande, invece Sophie nei suoi incontrollabili scatti d’ira, nell’irrefrenabile voglia di appagare subito se non immediatamente i suoi bisogni, desideri, voglie, capricci, nella sua irrefrenabile golosità e voglia di vivere è sicuramente una bambina piccola.

Lo è quando gioca e prepara manicaretti fantasiosi, seduta al suo tavolo da lavoro con piattini e tegami delle bambole, qualche foglia di lattuga regalatale dalla cuoca, quella vera, due tre mandorle sminuzzate e qualche minuzzolo di pane. Ecco sì una bella insalata! Ma che insalata è se non accompagna alcun cibo e tutto quel sale ancora da usare! Ci vorrebbe del pesce…

Inutile dire la fine dei pesci rossi di madame de Réan, la sua mamma, così come del gatto e del gallo e delle povere api che per punizione dovette portare al collo legate ad un nastrino a imperitura memoria del suo sadismo. Ma chi non ha mai catturato una lucertola per mozzarle la coda, una mosca per vederla mangiare un granello di zucchero? È l’infanzia curiosa, che sperimenta in prima persona, desiderosa di conoscenza e spazi propri.

Non la pensava così Madame de Réan che, presa da disperazione, impartiva alla piccola Sophie punizioni sempre severe, a volte umilianti, nel tentativo di avere la meglio su quella monella dalle bizzarre iniziative come quella di servire un tè alle sue amiche preferite, Camille e Madeleine, e all’adorato quanto odiato perfetto cugino Paul. Un tè vagamente ingessato ma non certo per dress code!

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Non stento a credere che anche la contessa de Ségur trovò un certo divertimento nel ripercorrere la sua infanzia e credo che nel farlo abbia sorriso a quella bambina che un tempo lei conosceva bene, con rinnovato calore, quello di chi con un cenno impercettibile del capo approva ciò che altri scandalizzandosi punirebbero volentieri. Un monito per le nipotine o un inno alla libertà e alla creatività dell’infanzia? Non lo sapremo mai, ma grazie alla leggerezza della sua penna Sophie non è mai stata guardata nè mai lo sarà come si guarda a una persona cattiva, ma la si apprezza proprio per la sua caparbietà, per la sua costanza nel rivendicare la sua capacità di pensiero, la sua indipendenza, la sua voglia di conoscere e per come va, a braccia aperta, incontro alla vita e alle punizioni che anche lei stessa sa arriveranno puntuali!

Ora non ci resta che aspettare, con preghiera all’editore, la rimessa in stampa de Le ragazze modello e Le vacanze.

 Abbiamo parlato di bambine solo apparentemente impossibili anche qui e qui.

 

Quella peste di Sophie
Scritto dalla contessa Sophie de Ségur
Illustrato da Sophie de La Villefromoit
Tradotto da Maria Vidale
Collana Fiabe e storie
Editore Donzelli Editore
Euro 28
Età di lettura dagli 8 anni


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