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Qui Parigi: 4#People_ Giulio Steiger

Federica Cristini
7 giugno 2013

Giulio Steiger rappresenta, insieme al fratello Paul, la terza generazione di uno dei marchi d’eccellenza della calzatura Made in Italy. La ditta Steiger fu fondata nel 1932 da Walter Steiger “padre”, un artigiano ginevrino specializzato nella creazione di scarpe fatte su misura ed in modo tradizionale, presto affiancato dal promogenito, Walter Steiger che sarà poi l’artefice negli anni ‘60 e ‘70 del grande successo e dell’espansione del marchio con l’apertura della boutique parigina nel 1974, seguita poi da quella delle boutiques di New York e Londra.
Durante la sua carriera Walter ha collaborato con personalità come Mary Quant, Helmut Newton, Lady Rendelsham e Michelangelo Antonioni, nonché alcune delle più rinomate Maison di moda: Karl Lagerfeld, Nina Ricci, Sonia Rykiel, Chloé, Ungaro, Calvin Klein, Claude Montana, Oscar de la Renta, Kenzo, Alaïa, ora tra gli altri con Akris e Victoria Beckam, per cui disegna le scarpe per le loro sfilate di Parigi e New York.
Parigi rimane tutt’ora il polo centrale dell’azienda ed è qui che Giulio Steiger vive e lavora, dirigendo e supervisionando – dalla creazione alla distribuzione – le varie fasi di produzione di queste meravigliose scarpe.

In casa Steiger davvero sembra valere il motto: “tale padre, tale figlio!” Le scarpe sono davvero per voi il filo conduttore di tre generazioni ormai. Come sei arrivato a occuparti di scarpe?
Nato a Termoli da madre italiana e padre ginevrino, sono cresciuto in Italia, precisamente a Ferrara dove sono rimasto fino a concludere gli studi superiori; mi sono quindi trasferito a Ginevra a frequentare la facoltà di Lettere. La svolta è arrivata per me durante un’estate passata a Toronto a lavorare in un nostro negozio: per la prima volta ho pensato di poter affiancare mio padre nell’azienda, cosa che lo ha sicuramente fatto molto felice, nonostante non mi abbia mai spinto a seguirlo nel suo mestiere.
Tornato in Italia ho cominciato la scuola di modelleria a Milano, facendo i primi stage in fabbriche del settore calzaturiero. Completata questo iter, sono entrato a pieno titolo nell’azienda familiare, lavorando dapprima nella boutique milanese e aprendo poi quella di Londra, dove sono rimasto due anni. La tappa successiva è stata New York, dove per altri due anni ho rinnovato il negozio esistente e aperto il secondo ufficio stampa (dopo quello di Parigi).
Quattro anni fa, sono finalmente tornato in Europa, a Parigi, che rimane il quartiere generale dell’azienda con varie boutiques donna – uomo, showroom, press-office, atelier su misura. Da qui collaboro continuamente con mio padre alla realizzazione delle collezioni, anche per quanto riguarda il processo creativo, oltre che a dare poi l’ultima parola su tutto il resto.

Come tuo padre, anche tu hai vissuto diverse esperienze internazionali. In cosa ti ha segnato maggiormente ognuna delle città in cui hai vissuto?
Tutti i miei spostamenti hanno segnato un’evoluzione del mio percorso e ogni volta che mi sono trovato a vivere in una città ho comunque sempre pensato: “Questa è la città che preferisco”. A Ginevra, la prima esperienza dell’abitare per conto mio e fuori dall’Italia: la conquista della libertà rispetto al nucleo familiare, gli entusiasmi giovanili.
A Londra l’euforia della grande città, il divertimento ma anche le prime vere responsabilità in quanto direttore del negozio a soli 24 anni. Arrivando a New York, ho avuto la sensazione che Londra in confronto fosse una cittadina quindi di nuovo sono stato pervaso da un grande entusiasmo iniziale per questa metropoli. Tuttavia quando sono partito ero contento di tornare a Parigi, credo per un europeo abitare negli Stati Uniti a lungo termine rimanga difficile, è davvero un altro modo di vivere.
Parigi è la città della mia maturità, dell’essere adulto, del giusto equilibrio tra svago e impegni lavorativi. Tuttavia se dovessi pensare a farmi una famiglia penso che la meta ideale sarebbe tornare in Italia…

L’Italia quindi come punto di partenza ma anche di ritorno, una dimostrazione ulteriore che gli italiani non perdono mai le proprie radici. Per te cosa rappresenta essere Italiano all’estero?
Beh, ormai il crescente cosmopolitismo e l’internazionalizzazione delle aziende in questo settore, fanno sì che la provenienza da un paese o un altro non sia una discriminante significativa. Tuttavia, la grande tradizione e il gusto italiani sono un bagaglio importante, ma soprattutto quello che distingue un italiano secondo me è un’energia particolare e la capacità, nel bene o nel male, di sdrammatizzare sempre e affrontare in modo positivo e propositivo le situazioni.

Come ti trovi ora a Parigi e come mai per il momento hai scelto di vivere qui?
Parigi attualmente è davvero la città del fashion system in cui in questo momento si sente il maggior fervore, il maggior potenziale innovativo. L’Italia sembra essere un po’ ferma, assestata da anni sugli stessi canoni, c’è poco rinnovamento nella moda e un’attenzione calante da parte dei media. Londra rimane ancora un po’ marginale e le proposte forse troppo eccentriche, nonostante i nuovi stilisti siano molto interessanti; la moda invece che si vede sulle passerelle newyorkesi è ancora un po’ commerciale a mio parere, c’è poca innovazione. Resta il fatto che in ogni città si respira una moda diversa. La cliente tipo newyorkese ha esigenze diverse da quella parigina o londinese; è importante essere continuamente consapevoli che queste differenze esistono ed essere in grado di seguire, e saper quindi anticipare, le tendenze della moda.

Parliamo delle scarpe Steiger. Come descriveresti il vostro stile?
Il nostro lavoro alla base di ogni collezione è incentrato sulla semplicità e purezza delle linee, con l’obiettivo di creare qualcosa di nuovo utilizzando un design pulito e lineare. La decorazione viene limitata a favore dello studio sulla struttura vera e propria della scarpa, puntando all’armonia tra tutte le linee.
Un esempio? Gli stivaletti senza cuciture, ovvero un unico pezzo di pelle che crea una forma essenziale, o l’iconico tacco ‘arcuato’ della Maison, la cui forma deriva naturalmente dal proseguo della linea del tallone fino al suolo.

Ecco hai citato il vostro tacco caratteristico…
Sì, questo tacco è nato negli anni ‘70, per una sfilata fatta da mio padre con Karl Lagerfeld per Chloé. Era la prima volta che compariva un tacco con questa forma e fu una vera rivoluzione, lo stesso Lagerfeld lo trovò eccezionale. E’ stato riattualizzato dalla Maison nelle proporzioni adatte a soddisfare il mercato odierno in quanto all’epoca si trattava di un tacco 8 cm, già considerato altissimo.

Qual è l’altezza che consideri ideale per un tacco?
L’altezza ideale è quella con cui ogni donna si senta a proprio agio e, ovviamente, camminare diritta e in modo naturale. Quando si vedono ragazze con tacchi che non sanno portare, ciò sfortunatamente va a scapito della loro femminilità. Naturalmente ci sono anche dei trend nella moda che è importante seguire: anni fa non esistevano tacchi che superassero i 9 cm, nella collezione di quest’anno abbiamo avuti modelli fino a 18 cm mentre per nelle prossime stagioni ci sarà un ridimensionamento… Insomma bisogna saper mantenere un equilibrio anche tra il voler dettare nuove regole, il seguire l’evoluzione dei trend in corso o l’essere anacronistici. L’essere al passo con i tempi e le esigenze del cliente e sapersi evolvere è fondamentale.
Inoltre è importante rimanere all’interno di certi limiti di sperimentazione, allontanarsi troppo dalle tendenze in corso porta il rischio di creare scarpe importabili. Begli oggetti sì, ma che non sono più scarpe!

I vostri sono prodotti 100% Made in Italy: come avviene da Steiger la trafila dalla creazione alla produzione?
Mio padre rimane nella tranquillità di Ferrara ad elaborare la collezione; poi rivediamo tutto insieme, temi, colori, materiali. In un’azienda calzaturiera di Venezia vengono quindi effettuati i campioni che arrivano infine a Parigi, dove i modelli subiscono ulteriori revisioni e modifiche. Ogni anno cerchiamo inoltre di continuare la nostra ricerca sui materiali: oltre ai classici pelle, cuoio, camoscio, vernice, raso, rettile e coccodrillo, ogni stagione selezioniamo nuovi materiali per fare delle novità su modelli speciali. Naturalmente anche le concerie da cui ci forniamo sono italiane, da anni cerchiamo i migliori prodotti.

Come si mantiene viva l’ispirazione per produrre ogni anno sempre nuovi modelli?
Con tutto! Penso sempre alla collezione, seguo la moda, le sfilate, leggo le riviste, mi guardo in giro per strada; mi piace quello che faccio quindi tengo gli occhi aperti e cerco di non farmi mai sfuggire nulla. Quando penso alla creazione di una scarpa penso sempre alla ragazza, alla donna che la indosserà. Penso alla sua femminilità e a cosa penserei vedendola camminare per strada. Osare e essere stravaganti va bene, ma nei limiti della portabilità: una ragazza deve stare bene e sentirsi a proprio agio, sempre.
Anche restare in negozio è interessante perché quando il cliente prova le nostre creazioni posso trarre suggerimenti o idee interessanti. Vedere la scarpa portata è molto importante.

A lato delle collezioni da voi proposte, quanto è importante mantenere viva la tradizione della scarpa su misura?
Cercando di produrre un’eccellenza, noi cerchiamo di fare il massimo già nel prêt-à-porter ovvero ciò che può essere comprato in negozio; tuttavia l’atelier della scarpa su misura a Parigi è per noi molto importante perché manteniamo viva una straordinaria tradizione di artigianato e savoir-faire e diamo la possibilità ai nostri clienti di avere pezzi unici interamente realizzati a mano secondo le loro richieste.

Le vostre sono indubbiamente creazioni di lusso e vi rivolgete quindi a un target ben definito. Che tipo di donna porta le vostre scarpe?
Credo che una donna che oggi compra le nostre scarpe abbia un forte gusto personale e conosca le nostre scarpe già prima di arrivare in negozio. Il nostro è un prodotto di lusso ma di nicchia per cui non siamo conosciuti come altri brand iperpubblicizzati, rimaniamo al di fuori di quelle che sono le mode da fashion-victim… La nostra ‘consumatrice’ tipo è quindi particolarmente attenta e ammira il nostro lavoro.

Quali sono le celebrities che sono particolmente fan delle scarpe Steiger?
Lady Diana e Jacky Kennedy hanno portato le nostre scarpe e questo per noi è significativo perché sono ben più che celebrities, sono icone di eleganza senza tempo. Per me è interessante quando le vedo portate da chi lavora in ambiti creativi in generale, mi piace che siano apprezzate da persone con una certa sensibilità artistica. Per vedere poi le celebrities che portano le nostre scarpe basta andare sulla nostra pagina Facebook dove sono raccolte le immagini da riviste, serate eccetera. (Dopo un rapido controllo è facile capire che la lista è lunghissima… Tra le fan più accanite? La principessa Charlene of Monaco, Victoria Beckham, Emma Roberts; tra le altre avvistate in Steiger segnalo Chloé Moretz, Alexa Chung, Kate Beckinsale, Christina Ricci, Julianne Moore, Michelle Williams, Debra Messing, Tyra Banks, Scarlett Johansson, Beyonce, Elizabeth Banks, Anna dello Russo, Lindsey Lohan, Vera Wang, Winona Ryder, Ashley Tisdale, Kesha, Kim Kardashian e molte altre. Dai red carpet al dailywear, le creazioni Steiger sembrano aver fatto davvero breccia nel cuore di queste donne).

Quale donna sceglieresti per essere testimonial del vostro brand? Chi pensi possa meglio rappresentarvi?
Penso Letitia Casta, lei mi piace molto. E’ bellissima ma il suo è un fascino discreto, rimane volentieri anche lontana dai riflettori. Sempre elegante, talvolta anche sexy ma mai volgare, come le nostre creazioni.

Prossime collezioni… Un modello che troveremo in negozio il prossimo inverno?
Un décolleté 11cm senza plateau con quello che io definirei tacco pieno più che zeppa; dalla linea super semplice, è una sorta di riempimento del nostro décolleté classico e segna un’ulteriore evoluzione verso la semplificazione delle linee.

Cosa pensi delle collaborazioni con i designers della moda?
Lavorare sulle sfilate è per noi sempre molto stimolante. Per esempio lavoriamo con Victoria Beckham da tre stagioni, il libanese Rabih Kairouz e il più rock Jay Ahr. E’ interessante declinare le nostre creazioni per designer così diversi, ci permette di sperimentare e crescere a livello creativo.

Quali sono i mercati su cui puntate oggi? Quali sono i vostri obiettivi di espansione?
Tutti i mercati!!! (ride) Non è importante essere ovunque, ma ovunque siamo per noi conta l’essere presenti nei migliori negozi; scegliamo solo una certa tipologia di retailer di lusso, oltre naturalmente ai nostri monomarca. Siamo per ora presenti in quasi una quarantina di città in tutto il mondo, in Europa manchiamo praticamente solo in Italia! Sarebbe bello essere di nuovo a Milano, o perché no Roma, Firenze… si vedrà!

Il tuo stile… Di giorno.
Come quasi ogni giorno sul lavoro, anche oggi indosso pantaloni e pullover blu, la mia è diventata una sorta di divisa. Ai piedi, derby allacciato in vitello bordeaux dalla suola di gomma perché a Parigi piove sempre!

Il tuo stile… Di sera.
Non porto mai scarpe nere; per una serata più elegante punterei magari su un modello oxford o un mocassino, marrone e ben lucidato.

Un consiglio di stile per chi legge Luuk Magazine.
Fortunatamente ognuno ha il suo stile, ma essere a proprio agio è fondamentale. Meglio scendere di qualche centimetro nel tacco e conservare la propria femminilità che il contrario. Poi… è chiaro che un bel paio di tacchi donano sempre un certo slancio a qualsiasi figura…

Intervista curata da Federica Cristini


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