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Repubblica Dominicana, sinfonia di note e di colori

Carla Diamanti
24 giugno 2016

160623 Cartolina

Le sedie di plastica bianca sono disposte in ordine sparso. Gli spettatori arrivano a piedi, o a bordo di silenziose motociclette dai sellini dipinti. Nessuno ha fretta di accaparrarsi il posto migliore perché quando le ombre si getteranno finalmente sulla calda giornata e l’orchestra darà voce agli strumenti, le sedie saranno solo il rapido contrappunto fra una melodia e l’altra. Giusto per consentire alle signore di accomodarsi e misurare il proprio fascino e ai cavalieri di scegliere la dama con cui volteggiare a occhi chiusi, giocando con il corpo e con i piedi, seguendo il ritmo e assecondando le movenze. È il termometro della sensualità, uno spettacolo nello spettacolo che trasforma stradine e balconcini in pista da ballo. Succede ogni domenica fra le rovine della Iglesia de San Francisco, il palcoscenico all’aperto più famoso della capitale Santo Domingo, dove l’orchestra Bonyé si esibisce a suon di maracas a partire dalle cinco de la tarde. Più o meno.

5. santo domingo

Attorno, la Zona Colonial alle luci della sera sembra ancora più bella. I vicoli si fanno spazio tra le case basse, decorate con merletti di ferro battuto e pennellate color pastello. Ogni tanto fra gli edifici si fa spazio un parque, con le panchine e gli alberi che di giorno sono affollate oasi di frescura, con i minuscoli colmados che vendono di tutto, e le botteghe di ambra o di dolci al cocco. Anche con le chiese, e con quella cattedrale affacciata su plaza Mayor, cioè su Parque Colón, orgogliosa del titolo di “Primate delle Indie” concesso al suo arcivescovo da papa Pio VII.

I secoli hanno avuto ragione della cinta muraria che abbracciava la città vecchia di Santo Domingo, oggi Patrimonio dell’Umanità, ma non ne hanno cancellato l’identità, né hanno saputo fonderla davvero con i quartieri nuovi. Di qua i ritrovi storici degli intellettuali, dalla Cafeteria alle numerose librerie che funzionavano come collettivi politici, e il mercato modelo con i colori delle due facce di Hispaniola; di là il vivace lungomare del Malecón, modellato da Trujillo a immagine del suo potere, con l’obelisco dipinto e quello candido che celebra la fine del debito con gli Stati Uniti.

Ogni sera, dalle porte spalancate sui marciapiedi, la musica si diffonde per le strade diventando la guida invisibile per esplorare la Zona Colonial. Stanze minuscole, stipate di coppie che si muovono al ritmo di merengue e bachata, corpi che si allacciano e braccia che diventano perni per giravolte, strumenti di intesa in luogo degli occhi, che non si toccano mai. E mentre dal palcoscenico del café Lucia le voci inconfondibili di Victor Victor e Milly Quezada duettano guidando i passi dell’alta società, poco distante la Terrazza Olimpica assomiglia a una balera popolare, dove le pale dei ventilatori faticano ad abbassare la temperatura, resa incandescente dalle note.

3. santo domingo

La musica è l’anima di questo Paese. Racconta la sua storia, ne definisce i sentimenti e la cultura, è servita per trasmettere messaggi e cantare la rivolta, usando il ritmo come copertura e le rime come metafora. Un filo trasversale che unisce città e campagne, corre lungo le spiagge immacolate e risale lungo le piantagioni di cacao nella zona di Duarte e nelle haciendas del Sendero del Cacao, oltre i picchi ricoperti di verde, le carreteras che arrancano fra grappoli di case colorate con le immancabili sedie a dondolo sotto il portico d’ingresso e villaggi sperduti dal carattere marcato. È sinfonia anche il piatto nazionale, dove i colori sposano il gusto, si fondono e stregano. Su tutto risuona la musica del mare, quella delle onde che lambiscono Puerto Plata, Samanà, Cabarete o Montecristi, incontaminata, selvaggia e perciò bellissima. Il canto delle sirene non distolga dalle bellezze dell’interno e dal fascino della capitale. Da non perdere.

www.godominicanrepublic.com

 

 


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