Il mio punto di vista

Ricordi a Kyoto

Gabriella Magnoni Dompé
10 aprile 2013

Appena rientrata dall’Oman mi accoglie una Milano dall’insolito clima, non dico primaverile, ma soleggiato e ben augurante. Il mio terrazzo pieno di verde e di fiori mi riporta immediatamente al ricordo che più mi lega a quello che è il nostro Paese della settimana, ovvero il Giappone.

Non parlerò del Giappone moderno, quello fatto di grattacieli e futurismo, oggi il mio cuore è rimasto a quanto di più antico il Giappone conserva: una perla di bellezza fuori dal tempo, anzi assolutamente immobile nel tempo, come solo i giapponesi sanno essere. Sto parlando di Kyoto, “la città dei fiori”, l’antica capitale dell’Impero del Sol Levante.
Avete visto il meraviglioso film “L’Ultimo Samurai”? Qui un giovane Tom Cruise affiancava quello che per il Giappone rappresenta, se non l’eroe nazionale, sicuramente il simbolo del vincitore al di là di ogni possibilità: Ken Watanabe.
Ebbene, l’uomo che non solo ha lottato sul grande schermo ma anche nella vita reale, trionfando sulla leucemia, nel film scendeva dalla meravigliosa scalinata di quello che nel film veniva presentato come il Palazzo dell’Imperatore, ma che in realtà è uno dei templi più famosi di Kyoto.
Si tratta infatti del famosissimo Tempio Dorato: reliquiario del Buddha interamente coperto di foglie d’oro puro, si tratta di una grande pagoda su tre piani che spicca in un lussureggiante giardino.

Kyoto città della spiritualità zen e città dei fiori, perché è appunto al fiore che il suo nome rimanda. Ma anche Kyoto città della tradizione e del passato che, con la sua parte antica e preziosamente conservata, non può che incantare il visitatore occidentale: è proprio qui infatti che ho acquistato il mio primo kimono, ovviamente d’epoca.
Ricordo che la prima volta a Kyoto sono giunta per un’importante occasione ufficiale: dopo essermi cambiata in aereo, all’atterraggio ero già in ritardo per il mio appuntamento che doveva essere appena fuori città. Immediatamente chiesi la disponibilità di un taxi, ma mi fu risposto che la metropolitana era il mezzo di comunicazione che mi avrebbe trasportato più velocemente ed agevolmente laddove l’evento era fissato.
La mia perplessità era palese! Prendere la metropolitana vestita da grande soirée con l’idea di ritornare in piena notte? Benché accompagnata, mi sembrava un tantino pericoloso!
La mia reazione stupì invece non poco la mia guida, che si mise subito a ridere e mi chiese di seguirla. Mi fidai e, in effetti, feci molto bene. Non avevo l’idea di come la cultura di questo popolo così rigido, ma profondamente civile, si concretizzasse anche nella manutenzione degli stessi mezzi pubblici. Non si trattava di una metropolitana come quella che noi comunemente intendiamo nelle nostre città occidentali: ogni vagone pareva essere considerato come una specie di salotto di casa e come tale trattato. Poltrone in velluto rosso e un’attenzione al dettaglio che farebbe l’invidia della più consumata padrona di casa!
Sono rimasta profondamente colpita da questa dimostrazione di autentico rispetto, da questa educazione civica, da questa attenzione per se e per gli altri. Credo che per quanto diversa dalla nostra, forse qualche elemento di questa cultura potrebbe essere d’ispirazione anche per noi italiani…

Gabriella Magnoni Dompé