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Santiago de Compostela: l’importanza del Cammino

Carla Diamanti
17 ottobre 2017

Inutile negarlo. Che si arrivi a Santiago da credenti, da turisti o persino da sportivi che abbiano camminato solo per misurarsi con sé stessi, quando ci si ritrova sul piazzale di fronte alla basilica, quando ci si piega per fotografare l’ultima riproduzione della conchiglia che guida il percorso, l’emozione è forte.

Non è la prima volta che mi trovo da queste parti, ma l’effetto è sempre lo stesso. Comincia già dalla strada che si avvicina a Santiago de Compostela: di qua e di là i “pellegrini” sembrano accelerare il passo nonostante le salite e la fatica di giorni – per qualcuno settimane – di marcia. Zaino in spalla, pantaloncini corti, calzettoni che spuntano da scarponi consumati, bastone e conchiglia, quasi un talismano, sicuramente un simbolo: io c’ero, io l’ho fatto, io ho condiviso qualcosa di unico. Hanno condiviso notti in camere comuni, fili dove stendere un bucato fatto in fretta e raccolto l’indomani ancora umido, pasti semplici ed economici, consigli, sorsi d’acqua, forse preghiere. Con molta probabilità anche gesti, perché da queste parti le lingue che si parlano sono tante, spesso incomprensibili. Lungo la strada i tempi sono scanditi dal cammino, dal proprio passo e dal proprio ritmo. Su quello si basa il calcolo dei chilometri, la scelta della tappa successiva, la precisione con cui determinare l’orario di arrivo. In genere attorno alle 17. Poi diventerebbe tardi per organizzare la notte, trovare un letto, fare il bucato e predisporre il riposo necessario ad affrontare il giorno successivo.

Nonostante i turisti, nonostante ormai i vicoli di questa cittadina siano stati invasi dall’immancabile ondata di souvenir e di tapas urlate in tutte le lingue del mondo, nonostante un pizzico di delusione che qualcuno osa confessare, Santiago non lascia indifferenti.

Alle 12 in punto, la coda davanti all’ingresso diminuisce: ormai sono quasi tutti dentro. La “messa del pellegrino” sta per cominciare. La Chiesa è gremita, come ogni giorno. Il momento è solenne, e non solo per la funzione. Alla fine, quando il rito sarà compiuto, tutti tratterranno il fiato per un minuto, sperando che quel giorno si produca l’evento che nessuno può prevedere. Solo il celebrante può decidere quando e se far levare il celebre “botafumeiro”, cioè il gigantesco turibolo con l’incenso, e farlo ondeggiare sulle teste dei partecipanti, felici e commossi.

Impossibile tenere a bada i cellulari, proibiti fino a un attimo prima e durante tutta la messa. Eccoli, centinaia di rettangoli luminosi volti verso l’alto come le teste, come gli occhi umidi dalla gioia, per cristallizzare quel momento unico, per portarlo a casa, per riviverlo, per condividerlo.

Anche questo è un pezzo di Cammino. E anche io mi porto dietro il mio pezzetto di ricordo da rivivere e da condividere. Non so se la prossima volta avrò ancora occasione di vedere il “botafumeiro” in volo. Questa, è stata speciale e mi ha regalato un’emozione indimenticabile.


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