Arte

Scienza e Futuro: Andrea Scarabelli, Antarès e il futuro neoideale

Roberto Guerra
6 dicembre 2014

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Milano, sempre protagonista della moda e anche della cultura: ad esempio con il Circolo Culturale Antarès e la relativa rivista periodica (oltre alla collana complementare L’Archeometro), curato da giovani intellettuali quali Andrea Scarabelli: scenario prossimo alla Facolta di Lettere e Filsofia e già ampiamente segnalato nell’ambito del nuovo pensiero diversamente rivoluzionario e conservatore – con forti accentuazioni letterarie post Novecento (italiano e europeo) –, non ultimo da media generalisti quali Il Giornale (Marcello Veneziani). Antarès spesso promuove conferenze e presentazioni di libri di autori rilevanti o retrospettivi, supportate dalla storica casa editrice Bietti (Pessoa, Cioran, Mircea Eliade…. Gianfranco De Turris, Andrea Emo e Giovanni Sessa) a titolo indicativo e recente. Di seguito, un’intervista di approfondimento allo stesso Andrea Scarabelli.

Scarabelli, il futuribile non solo tecno ma anche neoideale, in questa rotta la filosofia del Circolo Antarès?
Mi piace tu l’abbia chiamata “circolo”, perché, prima di essere una rivista, «Antarès» è un laboratorio d’idee. Uno dei nostri chiodi fissi è proprio la necessità di trovare una terza via, che si perda oltre il rifiuto autistico del presente – e, dunque, del futuro – e la sua accettazione acritica. Se ci occupiamo di letteratura della crisi, è perché siamo convinti che la crisi stessa sia legata all’incapacità di dotare gli elementi del presente di una portata ideale. Molti generi letterari, ma anche correnti culturali – penso ai teorici della fantascienza, ma anche al “realismo magico” di Louis Pauwels e Jacques Bergier – hanno affrontato il problema, optando per svariate soluzioni. «Antarès» si pone in diretta linea di continuità con questa temperie ideale, cercando di raccoglierne l’eredità.

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Scarabelli, uno zoom sull’attività del Circolo culturale?
Forse l’attività principale del progetto consiste nel riunire menti in linea con una visione alternativa delle cose, che eviti cioè la Scilla dell’entusiasmo e la Cariddi dello snobismo. La sua prima preoccupazione è radunare quel gigantesco capitale intellettuale (un’espressione curiosa, specie se usata da un anticapitalista) che si cela in almeno due o tre generazioni. Prima di lanciare nuove mode culturali, occorre aggregare quelle risorse che già ci sono, anche se disperse e antagoniste – vuoi per scuola, vuoi per credo politico, vuoi per semplice indole.

Scarabelli, destra e sinistra, categorie obsolete, nell’era del web, o questione più complessa?
In realtà, credo la questione sia di una semplicità disarmante. Che destra e sinistra siano categorie obsolete è dimostrato dal fatto che i grandi dibattiti del nostro tempo generano fronti diversi da quelli che fanno riferimento a queste due categorie (l’Europa, il mercato, ecc.). Che poi ci siano partigiani che ancora campano su queste divisioni, emettendo scomuniche, be’, non ci vedo nulla di ideale. È l’opportunismo a condurli a comportarsi in un certo modo, il credo è del tutto secondario – lo fanno per portare a casa uno stipendio, magari per garantirlo a figli e nipoti. Se la gente riconoscesse l’arretratezza del binomio destra/sinistra, questi signori non venderebbero più una copia dei loro libri, non scriverebbero più sui loro giornali. Molti non avrebbero nemmeno più le proprie cattedre universitarie… Per fortuna, «Antarès» è estranea a questa concezione calcistica della politica, che oggi appassiona solo i bigotti e chi manca di curiosità.

Intervista a cura di Roberto Guerra

INFO: http://www.antaresrivista.it/


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