Cinema

Sergente Brad Pitt in Fury

Giorgio Raulli
4 giugno 2015

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Nell’aprile del 1945, mentre gli Alleati sferrano l’attacco decisivo in Europa, l’agguerrito sergente Don “Wardaddy” Collier (Brad Pitt), comanda un carro armato Sherman e un equipaggio: Boyd “Bible” (Shia La Boeuf), Grady “Coon-Ass” (Jon Beranthal), Trini “Gordo” (Michael Peña), e Norman Ellison (Logan Lerman), giovane soldato ancora un po’ impacciato e spaventato dalla violenza della guerra, reclutato dalla squadra in seguito a una perdita in una cruenta battaglia. L’avanzata contro il nemico nelle terre tedesche farà conoscere a Norman un mondo tremendo che difficilmente finirà per accettare.

Fury – parola scritta sulla canna del carro armato, la vera e propria casa per questi soldati ormai persi nelle follie della Seconda Guerra Mondiale – è il tentativo del regista David Ayer di creare una pellicola di successo, grazie a una classica trama bellica e a un gruppo di protagonisti stereotipati: un capo duro e violento, ma d’onore e paterno, un soldato religioso, uno rude e irruento, uno giovanissimo e ancora innocente, costretto ad abbracciare la guerra, c’è persino il messicano, probabilmente a rappresentanza della multi-etnicità americana; tutti tasselli perfetti per comporre un quadro epico, pieno di retorica e frasi ad effetto (dal significato vago), sebbene si tratti di una raffigurazione piuttosto onesta.

Fury, che si svolge all’interno del carrarmato solo durante le battaglie, non nasconde al pubblico le brutture sanguinose della follia bellica, orrori ben mostrati, seppur costellati di “normalità”: dalla voglia di casa e di famiglia dei soldati a Norman, che suonando il pianoforte riesce a vivere un breve momento di romanticismo con una giovane civile tedesca. Ormai il cinema americano ha cambiato prospettiva sulla guerra, condannando le azioni di tutti i coinvolti, senza glorificare nessuno, senza innalzare eroi sugli sconfitti ma tenendo tutti sullo stesso livello di uomini annichiliti da circostanze estreme.

Il film può tutto sommato dirsi riuscito, grazie alle performance degli attori, sempre giusti e convincenti nonostante la povertà delle conversazioni, e grazie al ritmo serrato dei combattimenti, soprattutto il quello più significativo durante l’ultima sequenza. A frenare l’entusiasmo sono invece certe banalità (dovute forse agli stilemi tipici del war-movie più classico) e gli effetti speciali spiazzanti: da un lato abbiamo ottimi realismi, anche splatter e cruenti, sui corpi delle vittime durante i combattimenti, ma purtroppo dall’altra durante le sparatorie troviamo raggi laser (verdi e rossi) come fosse Star Wars, esplosioni e fumi molto poco realistici.

Dopo una breve odissea per la distribuzione nostrana (la Moviemax è stata dichiarata fallita a gennaio poco prima dell’uscita prevista), Fury è uscito nelle sale italiane dal 3 giugno grazie a Lucky Red.


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