Junya Watanabe

Mirco Andrea Zerini
3 ottobre 2015

Junya Watanabe sceglie il Museo Nazionale della Storia dell’Immigrazione di Parigi per presentare la sua collezione primavera-estate 2016, confermando ancora una volta lo stretto legame che esiste tra Arte e Moda.

Sin dalle prime uscite, la stilista si dimostra stremamente abile a giocare con forme, volumi e tagli, dando vita ad una passerella fatta sì di abiti, ma anche di copricapi e maxi collier eccentrici, che risultano essere oggetti di design fra i più desiderabili.

L’ispirazione è evidente: l’Africa, con i suoi colori e le sue silhouette, e i riti sacrificali tribali che hanno fortemente influenzato la designer per i capi che si sono avvicendati sul catwalk.

In scena chemisier ampi e comodi, smanicati o con maniche scampanate, abiti al ginocchio asimmetrici e senza una forma precisa, con pattern rigati e maxi anelli metallici sul fondo delle maniche, casti abitini con maniche a tre quarti che segnano la silhouette e abiti longuette che si distinguono per effetti di sovrapposizioni, trasparenze e asimmetrie.

Stampe zebrate, caleidoscopiche, rigate e paisley si alternano mischiandosi, ma i colori dominanti rimangono il nero e il bianco, che appaiono nell’ouverture e nel finale della sfilata, mentre nella fase centrale tutto si vivacizza grazie a note di giallo, arancione, verde e rosso.

Particolari le lavorazioni in pizzo sotto gli chemisier che diventano un po’ il leitmotiv della collezione; insolite, invece, le installazioni artistiche che sembrano servirsi delle modelle, rendendole quasi delle espositrici, delle sagome in movimento.

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