Public School

Jennifer Courson Guerra
12 febbraio 2017

Nelle ultime settimane, la politica è al centro delle vite degli americani, e poiché la moda è segno e simbolo dei modi di vita, alla New York Fashion Week la tensione è palpabile. Public School, marchio giovane e sempre proiettato verso il futuro, decide di prendere posizione con una collezione statement e più che mai orientata in senso politico.

Il tanto chiacchierato cappellino feticcio di Donald Trump, quello con la scritta “Make America Great Again”, diventa  l’elemento cardine della sfilata. Quello proposto da Public School è ben diverso: “Make America New York”. Nella Grande Mela – città avanzata, multiculturale, inclusiva, intellettuale – il presidente Trump ha preso solo il 36.5% dei voti.  È questa l’anima d’America che calca la passerella, in uno show unificato che include modelli di tutte le etnie.

Sfila l’America urban, di strada: quella che lavora, avvolta da maxi tailleur gessati o da tute da colletti blu; quella che protesta, con felpe hip hop e bermuda corti; quella che, a modo suo, combatte, vestita con cargo e stampe militari. Le mille sfaccettature di Manhattan si incontrano in una collezione vibrante e decisa, che gioca con i contrasti (e le contraddizioni) tra i vari quartieri della città. Così le linee pulite e rigorose dei cappotti oversize convivono con i maxi piumini decostruiti; i vari pezzi di abiti si intrecciano e sovrappongono senza  una logica precisa. La palette è fatta di colori basic e neutri, come il nero, il blu e il verde. A spezzare, spicca il rosso del famoso baseball hat. Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne – ex DKNY – hanno scelto una passerella stretta e sedute ravvicinate, perché gli ospiti percepissero un senso di coesione e straniamento, lo stesso che si respira a New York.