Raf Simons

Alberto Corrado
25 giugno 2014

Il pathos di un horror anni ’70 e il sottofondo musicale di una colonna sonora presa presa a prestito dal film “Under the skin” sono elementi che fanno da premessa a una spericolata e visionaria forma di biografismo, profusa negli abiti come tanti post-it da appuntare sul moodboard di sughero.
Come cimeli di un passato, frammenti di vita vissuta, le toppe sulla giacca sono polaroid-ritratto di Simons stesso, dei suoi genitori, dell’amico di università Olivier Ritz.
Il disegno è sempre scattante, atletico, post-urbano: via le maniche dalle giacche, il cappotto estivo allacciato con una fila orizzontale di bottoni, la canotta sdoganata in sovrapposizione con la t-shirt.
Ciabattoni con calza e sneakers in technicolor dal fondo altissimo flirtano con i feticci delle sottoculture metropolitane.

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