Vetements

Mirco Andrea Zerini
24 gennaio 2017

È la rivelazione del momento, il brand di cui tutti parlano ma che in pochi veramente conoscono a fondo: stiamo parlando di Vetements che al Centre Georges Pompidou di Parigi ha presentato la sua nuova collezione, catapultandoci in un mondo fatto di identità e non più di capi di abbigliamento.

Una serie di ID cards fungono da invito per identificare i protagonisti dello show, che si distacca in maniera radicale dai dettami del fashion system, rendendosi aderente in maniera totale alla realtà urbana e quotidiana. Il messaggio di Demna Gvasalia è semplice: è nell’eterogeneità che dobbiamo ricercare, oggi, la bellezza della moda.

Allo show sembrava quasi di essere fermi nei sotterranei di una metropolitana qualunque, a controllare lo scorrere della vita e delle persone, intente nelle loro attività più comuni.

Stereotipi più che modelli e modelle: uomini e donne mature, un militare in servizio, un uomo della security, una donna in carriera, un punkabbestia estroso, una ragazza dallo stile rock, un omosessuale e una sposa.

Una passerella che sa di normalità nel suo senso letterale, popolata da personalità diverse, e una collezione che potremmo definire modaiola proprio perché rispecchia i canoni dell’abbigliamento quotidiano, ciò che tutti indossano in maniera disinvolta nelle loro occasioni più disparate, unito ovviamente alla particolarità e all’estro del designer che, come sempre, esagera con i volumi, le proporzioni e le forme.

L’animo irriverente del brand si rintraccia soprattutto nell’uscita finale: un abito da sposa bianco giocato sulle sovrapposizioni di tulle, ricco di ricami e volant che ci ricorda dell’Haute Couture parigina, in scena proprio in questi giorni.

La collezione è realmente geniale e Vetements è riuscito a portare in passerella uno spaccato della società contemporanea – rivisitato a volte in chiave Sixties – affermandosi come un nuovo modo di concepire la moda.