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Shakespeare nel carrello della spesa

staff
27 agosto 2012

“Sospetti, intrighi, scambi di persona, paradossi, incanti amorosi… espressi da un variegato campionario umano: c’è il buono e il cattivo, il principe e il servo, il nobile d’animo e il fool, il savio e lo sciocco… tutto e tutti insieme nella stessa spassosa sarabanda.” La sarabanda, così definita dall’attore-regista Alberto Giusta, non è nientemeno che una delle commedie shakespeariane più popolari  “Much Ado about Nothing”, composta nel 1598 e tradotta come “Molto rumore per nulla”. Titolo già esso stesso un bisticcio verbale che di fatto anticipa le confusioni e gli equivoci sciorinati nel corso della pièce. La quale, come “The Merchant of Venice”, “As You Like It”, “Twelfth Night”, fa parte di quella felice fase della produzione di William Shakespeare a cui i contemporanei e i posteri hanno maggiormente legato la sua fama. In esse trionfano appunto le schermaglie d’amore, il romanzesco dei travestimenti, la loquela delle corti e le peripezie picaresche, l’allegria e l’inquietudine imperniati sulle diverse personalità che comprendono, per la prima volta, anche piccanti caratteri popolani. In particolare la commedia in questione è ricca di toni e di emozioni. Ed è proprio una sua intensa versione, fedele al testo e modernamente disinvolta nella scorrevole traduzione di Nadia Fusi, quella che ha inaugurato il noto Festival Teatrale di Borgio Verezzi, edizione estate 2012.
Applausi a scena aperta per l’ affiatata Compagnia Gank di Genova, diretta da un eclettico Alberto Giusta (interpreta ben tre ruoli diversi) la cui regia non manca di introdurre alcune gustose trovate, come la scelta di costumi e atmosfere richiamate al Vecchio West e soprattutto l’arrivo in scena dei due sbilenchi poliziotti (Dogberry e Verges) nel carrello del supermercato. Tant’è che non posso fare a meno di chiedere al nostro regista il fine di questa libertà poetica.
“Ho volutamente introdotto un elemento di ‘pensosa’ attualità, ispirato in parte a ‘La Strada’ di Cornac Mc Carthy, dove due disperati spingono un carrello pieno di quel poco che è rimasto dopo un’esplosione nucleare…”
– Non mi dica che l’elemento moderno sta nella paura del futuro?!
“Certamente no, si tratta di un frammento surreale giocato sul paradosso: i due piedipiatti, pur abitando un cosmo ormai annullato, sono mediati da un grottesco fumetto noir. Per di più  il contraccolpo leggero ad un mondo tragico è dato anche dal tormentone ‘Mahnà-Mahnà’ ripetuto da Verges, rubato a sua volta dalla sigla del ‘Muppet Show’. Più ironico di così! E senza mai tradire il testo originale del grande bardo con l’opportuno  lieto fine.”
La commedia parla in effetti di una doppia storia d’amore che vede protagonisti da una parte il Conte Claudio (Flavio Furno), soldato intrepido vinto dal dolce sorriso di Ero (Melania Genna), figlia di Leonato (Roberto Serpi), Governatore di Messina, dall’altra il misogino Benedetto (Giovanni Franzoni), innamorato perso, suo malgrado, della proto-femminista d’assalto Beatrice (Mariella Speranza), nonché affettuosa cugina di Ero. Nell’imminenza delle nozze fra Claudio ed Ero, il bieco Don Jhon (Alex Sassatelli), roso d’invidia per il favore che il giovane gode presso il Principe d’Aragona Don Pedro (Massimo Brizi), ospite di Leonato, fa di tutto per calunniare e screditare l’innocente fanciulla e intralciare così le nozze. Nulla però potrà impedire all’amore di trionfare sui cattivi sentimenti che saranno smascherati e giustamente puniti. Insomma un intreccio pulsante di vitalità, basato sulla parola, sul gusto della notazione verbale.  Anzi l’attrazione tra Beatrice e Benedetto è un pretesto per un corollario di dialoghi brillanti e arguti.
“Shakespeare ha saputo anticipare con grande efficacia un personaggio femminile dall’intelligenza spumeggiante come Beatrice, quasi a ricordarci che l’Inghilterra era a quel tempo governata da Elisabetta I. Donna straordinaria, molto colta e lungimirante, vera femminista ante litteram” – sottolinea Giusta. Ma torniamo al significato intrinseco dell’opera dove si direbbe che la parola equivalga al suono e lo stesso si traduca in rumore, cioè elementi affini.
-Il rumore (molto) che valore ha nel contesto?
“Tutto accade proprio per tante parole quali maldicenza, lusinghe e calunnie sentite pronunciare o riferite e nulla di appurato. Esse inducono la rabbia di Claudio, l’indignazione del padre di Ero e perfino il suggestivo inganno, imbastito a fin di bene, per far innamorare il riluttante Benedetto.”
– Insomma l’uomo è debole ed è sufficiente un semplice rumore per piegare la sua integrità?
“La parola è un mezzo suadente che arriva subito al cuore, ma la realtà prima o poi trionfa su insidie, mascheramenti e finzioni di ogni tipo. Si tratta di una commedia scanzonata, ma anche intensamente drammatica proprio a causa dei motti pronunciati. Comincia con un’atmosfera festosa, fatta di canti e balli, ma presto la scena assume le ombre della tragedia, le battute esilaranti si mutano in elogi funebri dimostrando che l’inganno può provocare anche dolore. Il lieto fine ha per la verità un sapore dolce-amaro.”
Non l’avevo già detto? Il nostro regista molto abile nel mettere a proprio agio e far sortire il meglio dai giovani interpreti, è egli stesso un attore di grande presenza scenica e indubbio magnetismo. Guarda caso i ruoli da lui  interpretati, cioè Dogberry, Baltazar e Padre Francis sono assolutamente risolutivi per l’epilogo della vicenda. Vedi il primo che grazie  alla ronda notturna scoprirà il torvo inganno, il secondo che incanterà con gli ammalianti madrigali d’amore e il terzo che risolverà l’imbroglio consigliando  di simulare la morte di Ero. Difatti l’onore della fanciulla verrà riacquistato tramite il rimpianto e il rimorso.
– Maestro Giusta, con quali di questi tre lei ha più affinità?
“Oltre a ritrovarmici, sono piuttosto affezionato al ruolo di Padre Francis, colui che con grande pacatezza mette a posto ogni cosa. Però so che in me c’è anche un po’ della follia e della divertita ironia dello strampalato poliziotto Dogberry e dell’ineffabile musico Baltazar, anzi…”

Marisa Gorza


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