Arte

Shepard Fairey è di “Passaggio in Italia”

staff
24 novembre 2012

In una sala gremita ammiriamo opere d’oltreoceano dal sapore intrinsecamente statunitense. Il rosso e il nero, colori preponderanti nei lavori di Shepard Fairey – in arte Obey- , richiamano alla mente esperienze di radicalismi politici ormai distanti storicamente dal modello unico di cui il Paese del rieletto Obama si fa strenuo portavoce.
Una civiltà sempre più orwelliana offre riflessioni profonde sulla natura della propria stessa esistenza.
Il Grande Fratello ci osserva e Obey lo coglie, lo drammatizza, infine lo contesta mediante suggestioni estetiche dirompenti.

Tonalità cromatiche pregnanti, simbolismi arcaici e topoi dell’immaginario collettivo postmoderno dialogano con stilemi tratti dalla pop art e dalla street art configurandosi come messaggi pubblicitari diretti a insediarsi nel tessuto urbano in qualità di virus nocivi al sistema che inevitabilmente costituisce l’humus stesso da cui l’arte di Fairey scaturisce.
Una mostra da gustare per approfondire tematiche imprescindibili alla comprensione della nostra contemporaneità. Tale è l’esposizione “Passaggio in Italia”, aperta al pubblico sino al 7 dicembre presso il milanese Spazio Giglio Arte. Quest’ultimo è nato dalla progettualità dell’architetto Michele De Lucchi ed è segnato da una chiara impostazione: configurarsi come uno spazio privato all’interno di un palazzo storico di Brera acquisendo una vocazione museale, divulgativa, ma allo stesso tempo in grado di ospitare un pubblico eterogeneo per provenienza, interessi e sensibilità culturale.

Due parole sull’artista: cresciuto nella Carolina del Sud, compie studi artistici e nel 1998 si diploma presso l’Accademia d’arte Idyllwild. L’anno successivo concepisce il progetto “André the Giant Has a Posse”: riempie i muri della propria città con degli adesivi raffiguranti il volto dell’omonimo lottatore di wrestling; iniziativa caratterizzata dal più autentico non sense, motivata dalla volontà di produrre un fenomeno mediatico e di indurre i cittadini a riflettere sul proprio rapporto con l’ambiente urbano. Il successo dell’impresa è enorme. La fama di Obey dilaga e porta alla vendita di serigrafie, stickers ed opere in serie, nonché alla creazione di un brand di vestiti.
Nell’era dei media il contributo dell’artista alla campagna elettorale di Barack Obama risulta decisivo, tanto da meritare i ringraziamenti del Presidente U.S.A. – ma anche una condanna per plagio.
L’iniziativa che ha dato maggior visibilità a Fairey è stato infatti il manifesto “Hope”, che riproduce il volto stilizzato di Obama in quadricromia; il supporto al candidato democratico ha fondato un’icona elettorale e popolare ormai entrata nell’immaginario collettivo, tanto che il critico d’arte Peter Schjeldahl ha definito il poster “la più efficace illustrazione politica americana dai tempi di “Uncle Sam Wants You” ”.
Un testimone e creatore di una modernità intimamente contraddittoria, ove i contributi di  McLuhan (“Il medium è il messaggio”), Warhol (“Fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti.”) e Lichtenstein vengono proiettati fra i grattacieli statunitensi del ventunesimo secolo.

Luca Siniscalco


Potrebbe interessarti anche