Letteratura

Shopping compulsivo? Niente da ridere. Intervista a Valeria Campana

staff
6 maggio 2012

Esce il 9 maggio per i tipi di Fernandel “Comprami” esordio controcorrente dell’autrice romana Valeria Campana. Per tutte coloro che ridacchiando si proclamano vere “shopping addicted”  – novelle Carrie Bradshaw che proprio non possono rinunciare all’ennesimo paia di scarpe – ecco un romanzo che guarda al vero shopping compulsivo con sguardo tutt’altro che rassicurante. Al bando le atmosfere caramellate e laccate di rosa della tanto amata letteratura per pollastre: l’autrice ci spiega quanto la sindrome da acquisto compulsivo possa avere risvolti davvero drammatici.

Chi è Iris, la sua protagonista?
Iris è una bella ragazza romana di 24 anni, molto irrequieta e ambiziosa, che si caccia nei guai a causa dei troppi acquisti.
Sogna di corrispondere a un’ideale molto simile a quello trasmesso dalla pubblicità. Si lascia incantare dalle immagini di ricchezza, di bellezza, di forza. È convinta di possedere i requisiti adatti per ottenere tutto ciò e che sia ingiusto doversi accontentare delle misere prospettive che la sua vita le offre: tenersi un ragazzo qualsiasi, vivere in ristrettezze, lavorare come cassiera in un discount.
Cerca di adeguarsi a un pacchetto preconfezionato di aspirazioni, sogni e modi di apparire, e non possiede alcuna visione o ideale di vita che le indichi altre strade e possibilità. Accanto a lei c’è però un mondo reale e quotidiano con cui deve fare continuamente i conti.

Come e perché cade nel baratro del cosiddetto “shopaholism”, cioè la sindrome da shopping compulsivo? Fin dove si spinge pur di continuare a spendere?
La caduta è lenta, progressiva e Iris si trova nei guai senza quasi accorgersene.
È mossa da impulsi che non indaga e che non riesce a gestire. Subisce le conseguenze delle proprie azioni come se non ne fosse lei l’unica responsabile. Cade perché cerca negli oggetti una gratificazione e un’evasione. Gli oggetti sono un riempimento del vuoto dei rapporti, hanno il potere consolatorio, quasi magico, di farla sentire meglio e di darle un’identità.
Quello che prova durante i raptus da acquisto compulsivo non è solo sollievo da un malessere fisico, dall’ansia e dalla frustrazione, ma l’esaltante esperienza di coincidere per un momento con i propri modelli ideali. La salute, la bellezza, la giovinezza, in queste occasioni, si incarnano in lei e la riscattano dall’ingiustizia di essere relegata in un discount a subire mille ingiustizie e frustrazioni. La seduzione che la protagonista del romanzo subisce da parte degli oggetti è in qualche modo simile a quella che lei cerca di esercitare sugli altri.
Dal comprare al vendere il passo è breve. Iris considera il proprio corpo come uno strumento e una risorsa ed è facile immaginare come arrivi presto a utilizzarlo per far fronte ai debiti che ha accumulato.

Come mai ha deciso di affrontare questo tema privilegiandone il lato drammatico e così discostandosi dalla più classica chick-lit?
L’ambientazione del libro è molto realistica e, nella realtà, quando si fanno i conti con questo tema (e con le dipendenze in generale), l’argomento è piuttosto serio.
Il tema stesso dello shopping compulsivo si è sviluppato insieme alla personalità della protagonista, come conseguenza quasi inevitabile del suo carattere, della sua educazione, delle pressioni esterne e del suo atteggiamento nei confronti del futuro. È un’inevitabile conseguenza del suo aspirare a un mondo ideale totalmente distante dalla vita quotidiana.
Nella chick lit, questo mondo ideale si sostituisce, come nelle favole, alla realtà, mentre qui la protagonista è costretta ogni volta a riaprire gli occhi e a fare i conti con le conseguenze delle sue azioni e con un mondo che…non fa sconti ai suoi errori.

“Appena svuota il portafoglio e gli oggetti diventano suoi, Iris raggiunge uno stato di gioia ed eccitazione, poi di calma e di benessere che nient’altro e nessun altro al mondo sono in grado di darle. Non ha bisogno di droga, nè alcool, nè cibi squisiti nè del contatto con un altro corpo, perchè il suo cervello sprigioni sensazioni di piacere. E se poi, dopo ogni acquisto, la nausea, la stanchezza e il pentimento ricompaiono acuti, questo significa solo che sarà presto ancora più necessario infatuarsi di uno strabiliante articolo in vendita”: l’acquisto sconsiderato per riempire una sensazione angosciante di vuoto esistenziale. Lei pensa che questa forma di disturbo sia un pericolo grave, soprattutto per le nuove generazioni, al pari di altre patologie quali l’anoressia e le bulimia? Una sorta i malattia della nostra Era, quella del consumismo sfrenato e dell’avere ad ogni costo?
Be’, sicuramente ormai lo shopping compulsivo è annoverabile tra le dipendenze più comuni, e spesso soltanto l’entità delle conseguenze segna il limite tra la normalità e la “malattia”.
Non penso affatto che lo spendere e l’acquistare in sé siano azioni criticabili, ma è molto difficile spendere in modo razionale, controllato, e avere un rapporto equilibrato con il denaro.
Sicuramente il contesto in cui viviamo, governato dalla pubblicità e dal consumismo, favorisce l’insorgere di una difficoltà, ma non tutti, naturalmente, rischiano di cadere nella dipendenza. La malattia del controllo degli impulsi può aver presa su chi ha già qualche problema legato agli affetti, ai rapporti, all’autostima, su chi prova un maggiore senso di vuoto esistenziale. La pubblicità fa leva e alimenta le debolezze e le insicurezze degli individui e, per tale motivo, forse, i giovani sono più a rischio.

Intervista curata da Virginia Grassi

“Comprami” di Valeria Campana, Fernandel editore, pp. 252.


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