Arte

Shozo Shimamoto: materia e colore a Milano

Luca Siniscalco
14 settembre 2013

01. Shozo Shimamoto

Shozo Shimamoto non smette di far parlar di sé. L’artista giapponese, scomparso il 25 gennaio 2013, unisce arte e vissuto personale in un connubio tutto moderno che nell’astrattismo e nelle performances più estreme incide il reale come una lama insieme elegante e affilata.
La mostra milanese, inaugurata a nove mesi dalla scomparsa di Shozo Shimamoto e aperta al pubblico sino al 31 gennaio 2014 presso lo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano (Corso Monforte, 23), ambisce a raffigurare questa sfuggente personalità attraverso i lampi di materia e colore che contraddistinguono le sue opere. L’esposizione è realizzata in collaborazione con l’Associazione Shimamoto, fondata in Italia e Giappone per promuovere e sostenere la ricerca artistica del Maestro. Ad essere esposte sono 30 opere, dirette a resituire una sintesi incisiva della lunga e movimentata ricerca dell’artista giapponese che, nel 1998, fu indicato e celebrato dal MOCA – Museum of Contemporary Arts of Los Angeles, come uno dei quattro maestri più significativi del secondo dopoguerra, insieme a Jackson Pollock, John Cage e Lucio Fontana.

02. Shozo Shimamoto

Emerge una tensione radicale all’avanguardia, intesa come sensibilità estetica profonda e disciolta da ogni legame con la contingenza storica; Shimamoto riflette ampiamente sul significato essenziale dell’arte in relazione al fatto che “Nel caso degli artisti d’avanguardia, questi non avvertono se non minimamente la pressione sociale: sono poco sensibili al loro contesto ed anzi, potremmo dire che solo una ristretta minoranza ha il senso comune. Sono persone che hanno un loro modo di pensare innato, che puntano a un futuro remoto oltre la realtà prossima, e che propongono le loro idee mediante la loro arte. (…) Ripeto sempre che un quadro è un castello in aria, e il pittore che si abbandona alla fantasia e all’immaginazione non avverte molto la pressione sociale. In altre parole, rappresenta gli aspetti fondamentali dell’essere umano, dopo averli filtrati secondo una larghissima visione di vita e senza il limitante controllo del senso comune. Questa è l’arte d’avanguardia”.

11. Shozo Shimamoto

Un’arte che intende stupire, cogliere lo spettatore impreparato e insieme renderlo partecipe del gesto artistico. Il tutto a scapito della bellezza, tanto che Shimamoto affermava audacemente “Non bisogna essere bravi! Bisogna disegnare male!”, a sottolineare come la cura tecnica e la precisione pittorica debbano essere subordinati all’empatia, allo slancio creativo ed alla passione per la materia. E nel fare brandelli di quest’ultima Shimamoto anticipò la volontà di Lucio Fontana di andare oltre la forma.

19. Shozo Shimamoto

Un’intuizione geniale, che pone tuttavia profondi problemi estetici sull’identità stessa di un’arte moderna stretta fra l’ipersoggettivismo intimista incapace di una valida comunicazione espressiva e la reiterazione di schemi rivoluzionari nella loro prima manifestazione, privi di senso nella convulsa ripetizione. Shimamoto si muove in questo contesto culturale contribuendo attivamente ad edificarlo, sperimentando l’Earth work prima del sorgere della Land Art, gli happenings prima di Fluxus, la concrete music contemporaneamente ai primi esperimenti di John Cage e la Mail Art di cui fu un pioniere, nonché proseguendo l’avanguardismo dell’action painting dopo Jackson Pollock e la body art.
A Milano sbarca così un artista eclettico e complesso, certamente acuto, energico e penetrante. Un testimone di un’epoca contraddittoria e di un’arte dilacerata.

Luca Siniscalco


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