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Letteratura

Si fa in fretta a dire Musa

staff
26 giugno 2011


“L’ispirazione non dà preavvisi”, parola di Gabriel Garcìa Màrquez. Quando arriva bisogna afferrarla al volo, stringerla forte e non lasciarsela scappare: solo così un’opera d’arte ha qualche speranza di diventare tale.
Ma ogni lettore astuto sa bene quanta fede si debba prestare a uno scrittore, soprattutto quando parla di ispirazione. Quando poi scopriamo che lo stesso Garcìa Màrquez ha un suo personalissimo rituale di scrittura (che prevede di indossare davanti al computer una tuta blu da meccanico) e che lo scrittore si è fatto appositamente costruire uno studio isolato nel giardino della sua casa, viene spontaneo chiedersi che ruolo abbia l’ispirazione in una dettagliata cerimonia di lavoro.
L’ispirazione è l’ingrediente indispensabile della scrittura, o addirittura non esiste?
Nel 1994, Francesco Piccolo era il giovane redattore di un’altrettanto giovane casa editrice, quando si pose la stessa domanda. Aspirante scrittore, dotato della giusta dose di malizia da diffidare dell’immagine idealizzata del poeta invasato dal nume divino, iniziò quasi furtivamente a raccogliere le indicazioni sulla propria attività che gli scrittori stessi si sono lasciati scappare.
Il risultato è un inaudito, frizzante e godibilissimo prontuario di scrittura. Tanto apprezzato nel corso degli anni da spingere Minimum Fax a pubblicare una nuova edizione di “Scrivere è un tic”.
Attraverso le confessioni di autori distanti nel tempo e nello spazio, da Marcel Proust ad Antonio Tabucchi, da Italo Svevo ad Ernest Hemingway, Piccolo traccia con estrema lucidità e piacevolezza un inedito percorso nell’arte dello scrivere. Una porta spalancata sulla stanza di Henry Miller, di Isabel Allende, di Georges Simenon, getta finalmente luce sui segreti della loro professione.
Segreti che, oltre a tic ed idiosincrasie tra le più buffe, scopriamo non essere altro che norma e disciplina. Si spiega allora perché tra un’edizione e l’altra l’autore abbia scelto di modificare il sottotitolo del libro, passando da “i metodi” a “i segreti” degli scrittori.
Pochi sanno che Proust scriveva di notte, a letto, a costo di assumere le posizioni più scomode; che Alberto Moravia lavorava solo al mattino; che Flaubert sosteneva che “scrivere significa riscrivere”, in un instancabile lavoro di correzione e di perfezionamento che lo portava a sostare su cinque pagine per otto ore. Siamo ancora certi che per scrivere basti essere ispirati?
Accogliamo con calore il ritorno di un testo che cresce ma non invecchia, e ci permette di spiare con discrezione il lavoro d’autore. Continueremo a parlare di ispirazione – in fondo agli scrittori non dispiace – ma con una consapevolezza della fatica e dello studio, delle notti insonni e della ricerca inesausta che hanno inciso le righe di un romanzo.

 

Maria Stella Gariboldi


“Scrivere è un tic”, di Francesco Piccolo, Minimum Fax, pp. 131.


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