Cinema

«Signore e Signori, buonasera»

Giorgio Raulli
5 aprile 2013

Il regista Sacha Gervasi si cimenta per la prima volta in un film vero e proprio, in una storia di finzione: un biopic sul maestro del thriller Alfred Hitchcock, un “making of” sulla lavorazione del classico cinematografico “Psycho” (1960). Ma forse, ad un’attenta analisi, non si tratta di nessuno dei due. Alfred Hitchcock (Antony Hopkins), dopo il successo di “Intrigo internazionale”, si appassiona al noto romanzo di Bloch, da sempre ignorato per i temi scabrosi trattati. Incontrando notevoli resistenze da parte degli studios e degli addetti ai lavori, Hitchcock è deciso a realizzare un film tratto dal romanzo e alla fine, supportato dalla moglie Alma (Helen Mirren), il regista autofinanzia il progetto tra varie difficoltà.

L’Hitchcock di Gervasi, nei nostri cinema dal 4 aprile, è quasi una maschera teatrale, un personaggio tratto dalla sua stessa filmografia, un voyeur che trasporta nella sua vita quotidiana e privata le emozioni e le sensazioni che i suoi protagonisti vivono davanti alla cinepresa. Ad esempio, le figure femminili che ossessionano Norman Bates ritornano anche nei pensieri di Hitchcock, alla ricerca della donna che avrebbe incarnato la giusta protagonista (la Janet Leight qui interpretata da Scarlett Johansson). Sacha Gervasi vuole raccontare la creatività e la risolutezza di un uomo talentuoso, i suoi istinti e le sue piccole stranezze. Però, mettendo in scena le dinamiche della convivenza e del matrimonio, è quasi certo che Gervasi e il suo sceneggiatore abbiano romanzato parecchio i fatti realmente accaduti e documentati nel libro “Come Hitchcock ha realizzato Psycho”, soprattutto nel mostrare – ed esasperare – l’interesse di Alma per Whitfield Cook (sceneggiatore che lavorava con Hitchcock, interpretato da Danny Huston) e le conseguenti gelosie. Gervasi ha quindi scelto di drammatizzare le pagine di un libro per inquadrare non Hitchcock, ma un uomo in un momento di crisi creativa e personale.

Non ci si deve quindi aspettare che “Hitchcock” cerchi di stupire lo spettatore con scelte registiche autoriali o innovative; è piuttosto con un uso “classico” della macchina da presa che si colgono meglio gli aspetti emotivi al centro della storia, ulteriormente sottolineati dalla bravura dei due attori premi Oscar, riuscendo a superare gli stereotipi da caricatura. In definitiva è un film godibile, anche se probabilmente deluderà le aspettative di alcuni tra i molti appassionati del “maestro del brivido”.

Giorgio Raulli


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