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Smartwatch delle mie brame

Davide Passoni
17 novembre 2015

Apple-Watch

Quello degli smartwatch è un fenomeno al quale le case orologiere tradizionali devono guardare con molta attenzione, specialmente su alcuni mercati come quello italiano dove, alla passione storica per gli orologi di lusso, si abbina quella per la tecnologia in generale e per i device mobili in particolare.

Il mercato mondiale degli smartwatch è infatti popolato da un numero sempre maggiore di brand dell’elettronica che propongono i propri orologi interconnessi, nella speranza di ritagliarsi una fetta di utenza sempre maggiore anche per i propri smartphone.

Se magari non tutti sanno che l’antesignano degli smartwatch è l’americano Pebble (lanciato nel 2012 e finanziato attraverso una piattaforma di crowdfunding), l’Apple Watch è indiscutibilmente il numero uno del settore. Una supremazia confermata nel terzo trimestre 2015, quando la casa di Cupertino ha superato Samsung a livello globale in termini di vendite, con 4,5 milioni di Apple Watch acquistati, a fronte dei 600mila di device di Samsung.

Samsung-Gear-S2

Eppure, non è tutto oro quello che luccica. Secondo una ricerca di mercato di Kantar Worldpanel ComTech (società globale specializzata in ricerche consumer), negli Stati Uniti la penetrazione degli smartwatch tra la popolazione giovanile e adulta è molto faticosa. Fatta salva la netta prevalenza degli uomini rispetto alle donne tra i possessori di smartwatch (67% vs. 33%), saltano all’occhio altre due evidenze. La prima: il 68% di chi ne possiede uno ha tra i 25 e i 49 anni. La seconda: il 92% degli intervistati associa l’idea di smartphone al marchio Apple. Con tanti saluti ad Android.

Interessante notare poi i motivi per cui una parte degli intervistati per il survey non possiede uno smartwatch e non ha intenzione di acquistarlo entro i prossimi 12 mesi. Se il 41% di costoro è scoraggiato dal prezzo troppo elevato, c’è un 33% che si chiede il perché di un acquisto del genere quando già possiede uno smartphone che ha le medesime funzioni e fa tutto ciò di cui l’utente ha bisogno. Motivazione, quest’ultima, che è alla base della diffidenza di quanti, su mercati come quelli europei o asiatici, faticano a entrare in sintonia con il mondo degli smartwatch.

TAG-Heuer

È comunque un dato di fatto, come scritto all’inizio, che le Maison orologiere non devono guardare al fenomeno smartwatch con supponenza. Lo ha capito TAG Heuer che, prima tra le case dell’alto di gamma, ha lanciato nei giorni scorsi TAG Heuer Connected, il proprio orologio interconnesso. Sviluppato con Intel Corporation e Google, si collega ai dispositivi Android ed è stato lanciato con l’hashtag #connectedtoeternity; non per megalomania, ma perché chi lo acquista lo può cambiare dopo due anni con un orologio meccanico TAG Heuer Carrera sviluppato appositamente per i proprietari di orologi connessi, eterno proprio perché meccanico.

È anche facile immaginare che il Natale prossimo venturo sarà un periodo di grande fermento per il mercato degli smartwatch. Samsung (col Gear S2), LG (con il Watch Urbane), Huawei (con lo Huawei Watch), Pebble (con il Pebble Round), Asus (con lo ZenWatch 2) proveranno a dare del filo da torcere all’Apple Watch e a convincere i consumatori che, dopo tutto, uno smartwatch non è uno smartphone da tenere al polso, ma molto di più. In bocca al lupo…


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