SOS Stalking: impariamo a riconoscerlo

Virginia Francesca Grassi
28 febbraio 2013

30.000 denunce all’anno, 70 ogni giorno.

Questi i dati allarmanti di una problematica sempre più diffusa in Italia: lo stalking, anche detta “sindrome del molestatore assillante”. Un fenomeno trasversale, che non colpisce solo le star e i personaggi famosi, ma che vede come protagoniste anche persone normali, di diverse età ed estrazione sociale.

Molte di queste sono donne, e purtroppo sempre più spesso il femminicidio ha come anticamera proprio degli episodi di stalking.

Una problematica sociale che va affrontata: ecco perché abbiamo deciso di parlarne con l’avvocato Lorenzo Puglisi e la psicologa Elena Giulia Montorsi, promotori dell’associazione SOS Stalking, che si occupa di fornire tutela legale e psicologica alle vittime di questo reato.

Iniziamo con una definizione: che cos’è lo stalking?
Stalking è un termine inglese mutuato dal linguaggio della caccia che significa letteralmente “fare le poste a una preda”. Con esso si identifica, ai sensi dell’art. 612 bis c.p. la condotta di chiunque con minacce o molestie reiterate causi nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto ovvero l’esigenza di modificare le proprie abitudini di vita.

E’ possibile tracciare un identikit dello stalker?
Le tipologie di stalker vengono meglio definite se le dividiamo in tre piani differenti: il primo è quello psicopatologico, ovvero se il nostro uomo o donna è affetto da patologie mentali quali ad esempio psicosi o disturbi di personalità. Il secondo piano discrimina quale tipo di relazione intercorre fra la vittima ed il suo molestatore: ex-partner, collega di lavoro, cliente, paziente, amico, conoscente o addirittura sconosciuto. Il terzo piano ci permette di valutare il comportamento dello stalker per comprendere quali siano i suoi reali scopi suddividendolo in cinque categorie:

Il “rifiutato”: è la tipologia più diffusa ed intrusiva. Generalmente è conseguente alla rottura di una relazione affettiva – sentimentale o di amicizia – lo scopo dello stalker è quello di ristabilire il rapporto esistente oppure di vendicarsi, e tenta in ogni modo possibile di mantenere un controllo attivo sulla vittima.

Il “risentito”: lo stalker vuole attivamente perseguitare la vittima perché crede di aver subito da quest’ultima un torto ed un’ingiustizia. Il suo unico scopo è quello di ottenere una vendetta, i suoi comportamenti punitivi sono giustificati nella sua testa e più li mette in atto più sente piacevoli sensazioni di controllo.

Il “cercatore di intimità”: cerca di colmare la sua solitudine e il suo isolamento sociale idealizzando una relazione con una persona che talvolta è addirittura uno sconosciuto o una persona che ha a malapena conosciuto e che magari è stato unicamente gentile con lui/lei.

Il “corteggiatore incompetente”: cerca con ogni mezzo di avere una relazione sentimentale con qualcuno che lo attrae, è però incapace di entrare in relazione con l’altro e per questo non riesce mai ad ottenere ciò che vuole.

Il “predatore”: è la tipologia meno frequente, ma sicuramente più pericolosa in quanto l’unico obiettivo è di avere un rapporto sessuale con la vittima che deve compensare le carenze personali, affettive e sociali dello stalker.

Lo stalking è una problematica sociale in aumento?
Da gennaio 2010 a gennaio 2011, l’Osservatorio Nazionale Stalking ha registrato una flessione del 25% nelle richieste d’aiuto: in concomitanza con questo “trend” sono diminuite drasticamente anche il numero delle denunce per stalking.
Le motivazioni che le vittime adducono per la mancata denuncia sono sostanzialmente di tre tipi: la sfiducia verso le autorità (nessuna garanzia di sicurezza o protezione dopo la denuncia), la paura di peggiorare la situazione persecutoria e il fatto di voler aiutare il presunto autore senza farlo condannare, dato che nel 90% circa dei casi è un conoscente o un familiare.

Nonostante si tenda ad associarlo a vittime donne, si tratta in realtà di un fenomeno trasversale…
Questi, alcuni dati emersi da una rilevazione condotta nell’estate 2011 dall’Osservatorio Nazionale sullo Stalking: su un campione di 9600 individui di età compresa tra i 17 e gli 80 anni è emerso che il 70% delle vittime sono donne e il restante 30% uomini: lo stalker è nel 55% dei casi un ex partner, nel 5% un familiare, nel 15% un collega o compagno di studi e nel 25% un vicino di casa.

Uno stalker su tre è risultato, in base a tale statistica, recidivo anche dopo la denuncia e nel 70% dei casi la vittima ha riportato esiti psico relazionali tali da necessitare un supporto di tipo psicologico.

E qual è secondo lei il ruolo dei social media all’interno del fenomeno?
Negli ultimi anni il web si è rivelato un terreno fertile per il cyberstalking, dal momento che chiunque con estrema facilità è in grado di comunicare e interagire con persone sconosciute potendo contare, volendo, sul più assoluto anonimato. Facebook e Twitter sono solo alcuni dei numerosi canali di comunicazione ove ogni giorno vengono poste in essere condotte persecutorie, soprattutto tra i giovanissimi, di età compresa tra i 16 e i 19 anni. Spesso si tratta solo di delusioni amorose che con il tempo vanno a sfumare spontaneamente anche se, nei casi più gravi, è consigliabile (se non la denuncia) sicuramente la richiesta di ammonimento da parte del Questore, di regola sufficiente a far desistere il giovane stalker.

Una panoramica che non può che far riflettere. Vi aspettiamo domani per proseguire sul tema, per parlare ancora con Lorenzo Puglisi ed Elena Giulia Montorsi, e per capure come potersi difendere da questa violenza grazie al progetto SOS Stalking.

Intervista a cura di Virginia Grassi