Arte

Spazi interspaziali

Marcello Francolini
3 maggio 2014

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Progredendo nell’indagine sull’UrBanesimo, inteso come possibilità di sentire lo spazio della città e più in generale del vissuto quotidiano, vorrei porre questa volta l’accento proprio sulla modalità conoscitiva con cui entriamo in con-tatto con il nostro “intorno”.
Parlando di contesto urbano lo scopo di far nascere e sviluppare la vita urbana sta nel fornire una corretta morfologia che incoraggi l’attività umana e l’inter-scambio tra i nodi della medesima.
Questo processo generativo non può che essere fondato sul livello pedonale, giacché, trattandosi di città, il modo con cui entriamo in contatto con essa è l’atto stesso di “attraversarla”. Molteplici e inaspettate prospettive si celano dietro i vicoli, tra i palazzi, negli slarghi, ovunque è possibile “entrare” o “passare oltre”.
Il senso del contemporaneo in un uomo/donna/bambino è dato nell’azione e attraverso l’azione.

Compresa l’importanza reale della città, che risiede principalmente nella possibilità di essere attraversata, l’indagine in questione muove dalla possibilità di recuperare alcuni non-spazi presenti specificatamente nella città di Milano. L’indagine è stata presentata dal giovane designer Domenico Rescigno in una recente sessione di laurea al Politecnico di Milano.

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Attualmente Milano si presenta come una dimensione urbana complessa, in cui alcuni elementi storici sono sopravvissuti in quanto testimoniano la memoria storica, altri continuano a vivere in piena attività a seguito di riqualificazioni e cambi d’uso. Alcuni quartieri industriali del primo Novecento permettono operazioni di archeologia industriale (hangar Bicocca) recuperando le strutture vecchie attraverso una rifunzionalizzazione. Nuove Zone stanno nascendo, com’è per il caso di “Expo 2015”.

In questo processo di stratificazione c’è anche un percorso laterale che ha creato delle anomalie nel tessuto urbano, dovuto ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e, successivamente, alla speculazione edilizia della seconda metà del Novecento.
Queste anomalie restano spesso su un piano visivo divenendo dei non-spazi, o meglio dei vuoti urbani. Possiamo nominare tali non-spazi come “interstiziali”, trattandosi di piccoli spazi tra volumi architettonici. Su tali spazi in-between (o infra-spazi) possiamo esplorare le possibili interrelazioni tra i vari tipi di realtà e, in particolare, dei punti di intersezione che permettono gli scambi tra quelle realtà. Questo lavoro analizza le modalità attraverso le quali è possibile svelare potenziali spazi interstiziali utilizzando varie tipologie di intervento spaziale innovativo come, ad esempio, realtà mixate, luoghi paralleli, zone di camminamento. Uno spazio interstiziale può essere inatteso ma non privo di evoluzione. Proprio su tale evoluzione si agisce praticamente tentando attraverso il Design di recuperare tre casi di vuoto interstiziale restituendoli in forma di spazio attraversabile per la comunità. Nell’operazione si tenta soprattutto di valorizzare l’“esser pausa” di questi luoghi che permette un utilizzo altro, quasi una sorpresa, una magia.

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In conclusione, questo lavoro mira a piegare la pratica del Design all’esigenza contemporanea di rendere connettivo il tessuto urbano servendo quasi come modalità didattica. Una delle possibilità più stimolanti che si presentano sarebbe quella di svelare in modo creativo vari spazi interstiziali del principio come provenienti dalla complessità: dagli invisibili ed inquietanti “campi di potenzialità” tra gli stati transizionali della trasformazione spaziale e lo scambio.
Emergerebbero cose impercettibili e intermedie, man mano che sveliamo tutto ciò che è osservabile. Quest’ultimo può essere percepito come la conseguenza delle varie intersezioni di campi che interagiscono e delle rotture che emergono dalla natura mutevole ed eterogenea degli strati dello spazio.
Un’oscillazione tra atopie, utopie e distopie può mettere in discussione il confine definito tra una pianta, una mappa e un edificio, e il suo significato. Tali spazi interstiziali possono essere svelati usando mezzi materiali/immateriali come la luce e le linee così come il disegno e l’elaborazione di diagrammi, per “aprire” le “interfacce” del pensiero e dell’architettura costruita.

Marcello Francolini
Su un concept di Domenico Rescigno


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