Letteratura

Speciale Giappone: Le voci del Sol Levante

Maria Stella Gariboldi
14 aprile 2013

All’avanguardia e legato alle tradizioni, frequentato eppure sconosciuto: il Giappone moderno è una nazione dalle mille dissonanze, che nonostante la sua esposizione mediatica continua ad apparire in qualche modo misterioso.

Tra gli aspetti meno conosciuti resta ad esempio la sua tradizione letteraria, antichissima e in continua evoluzione. E se i prodotti più noti della cultura giapponese sono sicuramente i fumetti manga e la poesia haiku, anche i romanzieri hanno iniziato nel corso del Novecento a essere pubblicati in tutto il mondo, rappresentando una terra di contrasti. Nelle loro parole, a una sensibilità delicatissima e impalpabile si accompagnano calcolo e razionalità, e talvolta la violenza più fredda.

È appena giunto in Italia il nuovo romanzo di uno dei maggiori protagonisti della letteratura giapponese. Parliamo di Kenzaburō Ōe, classe 1935, autore di una lista impressionante di racconti e romanzi, nonché vincitore di uno dei due Premi Nobel per la Letteratura che il suo Paese può vantare. Nei suoi romanzi e racconti descrive il Giappone contemporaneo, con sguardo critico e parole dure nei confronti della sua società, e utilizza una violenza di toni che spesso investe non solo la narrazione, sconvolgendo i lettori. “Il  bambino scambiato”, ultimo libro di Ōe, è una storia di segreti e di ricerca, sulle tracce della testimonianza postuma lasciata da un regista suicida. Ne parla per noi Virginia Grassi.

Altro autore di punta della letteratura nipponica, ma al contempo appassionato e intriso di cultura pop occidentale, è Murakami Haruki. Autore di romanzi che hanno già conquistato un accanito gruppo di sostenitori, come “La ragazza dello Sputnik”, “Norwegian Wood – Tokyo Blues” e “L’uccello che girava le Viti del Mondo”, lo scrittore viene ora riproposto da Einaudi, con uno dei suoi ultimi romanzi editi in Italia. “A sud del confine, a ovest del sole” racconta la passione: l’attrazione tra Hajime e Shimamoto, spinti da un irresistibile magnetismo e poi separati dalla vita, e l’autenticità di un sentimento puro che se perduto o anche solo danneggiato, non sarà mai più riparabile.

Penna britannica o nipponica? La questione si presenta spesso, quando si parla di Kazuo Ishiguro. Nato a Nagasaki nel 1954 e trasferitosi in Gran Bretagna sei anni dopo, l’autore scrive in inglese e si muove con destrezza tra la descrizione di personaggi giapponesi, inglesi, ma anche americani. Creatore di un best seller di qualità come “Non lasciarmi” – da cui Mark Romanek trasse l’omonima pellicola del 2010 – Ishiguro ha raccontato la propria terra natale e i suoi drammi in un romanzo d’esordio che vale la pena di riscoprire, “Un pallido orizzonte di colline”. La vedova Etsuko si trova a Londra a dover fare i conti con un doppio trauma: da un lato, i ricordi di una devastata Nagasaki postbellica, e dall’altro il suicidio della figlia Keiko.

E cosa sarebbe la letteratura giapponese senza le sue grandi donne?

Un po’ new age, provocatoria e con un legame di speciale simpatia che la unisce all’Italia: partiamo dall’amatissima Banana Yoshimoto. Il successo salutò il suo esordio letterario quando l’autrice aveva solo ventiquattro anni: “Kitchen”, la storia di una ragazza appassionata di cucina alle prese con il figlio di una madre transgender, ha da subito attirato l’attenzione del pubblico giapponese e mondiale sul giovane talento della sua autrice.

E la prima traduzione all’estero fu proprio quella italiana, curata per Feltrinelli da Giorgio Amitrano. Una collaborazione, quella con la casa editrice e con il Professore e  traduttore, che non si è mai spezzata: è stato proprio Amitrano a  pubblicare “Il mondo di Banana Yoshimoto”. In un volume scorrevolissimo sono raccolte alcune interviste rilasciate dall’autrice e dei minisaggi tematici sui suoi gusti in fatto di letteratura, musica, viaggi. A testimoniare l’attaccamento della Yoshimoto al nostro Paese, chiude il libro una speciale lettera della scrittrice a tutti i suoi “cari amici italiani”.

Molto più fredda e addirittura crudele è infine la produzione di Natsuo Kirino. La maestra del thriller nipponico ha il dono di legare a sé i lettori con una forza che irresistibilmente attrae e respinge. Chi ha familiarità con i suoi libri lo sa bene: è facile giurare fedeltà alla Kirino, basta arrivare alla fine di un suo romanzo senza lasciarsi abbattere dalla storia e dai dettagli disturbanti. Non è facile affrontare i temi proposti nei suoi libri: la violenza in tutte le sue forme, da quelle più evidenti alle meno scontate e forse più dure, il Giappone moderno nel suo aspetto alienante e nevrotico, fatto di individualismo e psicosi.

Dal successo (anche cinematografico) de “Le quattro casalinghe di Tokyo”, passando per il monumentale “Grotesque”, fino a “Una storia crudele”: le opere di Natsuo Kirino testimoniano la bravura di una scrittrice e attenta osservatrice della società giapponese, di cui viene mostrato il lato più oscuro.

Maria Stella Gariboldi

“Il bambino scambiato” di Kenzaburō Ōe, Garzanti, traduzione di Gianluca Coci, pp. 436
“A sud del confine, a ovest del sole” di Murakami Haruki, Einaudi, traduzione di Mimma de Petra, pp. 216
“Un pallido orizzonte di colline” di Kazuo Ishiguro, Einaudi, traduzione di Gaspare Bona, pp. 180
“Il mondo di Banana Yoshimoto”, di Giorgio Amitrano, Feltrinelli, pp. 126
“Le quattro casalinghe di Tokyo”, di Natsuo Kirino, Neri Pozza, traduzione di Lydia Origlia, pp. 656


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