Cinema

Steve Jobs rivive attraverso Ashton Kutcher

Giorgio Raulli
22 novembre 2013

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Al regista Joshua Michael Stern, visto sul grande schermo solo in altre due pellicole, è stato affidato l’arduo compito di mettere in scena la vita del brillante e controverso co-fondatore di Apple Steve Jobs (interpretato da Ashton Kutcher). Veniamo a conoscere la sua gioventù piena di sogni e vitalità, i suoi inizi come impiegato e la sua lunga scalata verso il successo a cominciare dall’ormai mitico garage, dove insieme al suo amico di sempre Steve Wozniak (Josh Gad) e ad altri ha posto le basi per uno degli imperi imprenditoriali più grandi del nostro tempo.

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Ad essere sinceri, i pregi di Jobs sono ben pochi: se per la prima metà della pellicola la narrazione è abbastanza fluida, la restante parte è quasi interamente composta da riunioni, discussioni aziendali, consigli d’amministrazione sulle sorti della Apple e dello stesso Jobs. Steve in quanto uomo si vede molto poco, le sue paure e i suoi desideri si percepiscono in modo sommario, senza stupirci e rivelarci di più di quanto non sia stato detto sul “mito Jobs” fin da prima della sua prematura scomparsa. Del vero Jobs resta solo un Kutcher a lui molto somigliante nell’aspetto e abile nel renderne mimica e movimenti, quasi fosse un’imitazione dell’originale, dal modo di camminare agli sguardi impenetrabili; con un personaggio per niente facile, il buon Kelso di That’s 70’s Show può senz’altro dirsi uno degli aspetti più riusciti di Jobs.

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Purtroppo l’impressione resta sempre quella di aver visto un biopic trasformato in documentario aziendale romanzato: da un lato si è cercato di evitare un facile processo di santificazione di Steve Jobs, mostrandone non solo la passione e genialità, ma anche l’egocentrismo e la solitudine affettiva; dall’altro lato però si è sacrificato molto, preferendo spiattellare al pubblico per l’ennesima volta gli ispirati (e quasi filosofici) discorsi di un genio del marketing, piuttosto che approfondire aspetti cruciali della vita di un uomo, come i conflitti con la famiglia e il travagliato riconoscimento della figlia Lisa (alla quale poi dedicò il suo nuovo modello di computer); le asperità con Microsoft sono sorvolate velocemente, e non c’è molta traccia della sua grande attività lavorativa nel periodo in cui fu licenziato da Apple.

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Jobs piacerà ai fan della Mela, perchè c’è il garage dove tutto iniziò e la presentazione dell’Ipod. Ma agli altri? Probabilmente anche gli estimatori veri di Jobs, quelli che ne hanno letto la biografia, quelli che lo stimano anche se usano un Microsoft, resteranno un po’ perplessi di fronte a questo film.

Giorgio Raulli


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