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Cinema

Storia di due pastori

Giorgio Raulli
12 novembre 2015

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I fratelli Gummi e Kiddi (Sigurður Sigurjónsson e Theodór Júlíusson) non si parlano ormai da 40 anni: vivono l’uno di fianco al”altro, in una remota valle islandese, e badano ad un pregiato gregge di pecore, occupazione tramandata da generazioni; i due pastori comunicano solo di tanto in tanto, tramite dei messaggi trasportati dal loro cane. Quando una malattia colpisce il gregge di Kiddi, minacciando l’intera vallata, le autorità intervengono drasticamente per fermare l’epidemia. Gummi decide però di nascondere sette pecore e un montone nella sua cantina, una trasgressione che apre a una possibile riconciliazione con il fratello.

Rams – storia di due fratelli e otto pecore, di Grímur Hákonarson, è sostanzialmente un film di nicchia, uno di quelli che sono premiati ai festival dalle giurie speciali: infatti ha vinto la sezione Un certain régard del Festival di Cannes 2015, ed è stato scelto per rappresentare l’Islanda agli Oscar (in attesa delle definitive nomination per il Miglior film straniero). Una pellicola d’autore in piena regola, in cui una regia riflessiva, silenzi e simboli ancestrali hanno la meglio.

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Il titolo originale, Hrútar, tradotto in inglese con Rams (“arieti” in italiano) racchiude perfettamente intenti e scenari del film: i protagonisti possono essere tranquillamente associati a due arieti, sia perché simboli di virilità e ruvidezza, sia perché simboli di irrecuperabile cocciutaggine; ma Gummi e Kiddi amano talmente tanto il loro gregge, scopo di vita, che quasi ne sono parte integrante. La pastorizia significa tutto anche per tutta la comunità raccontata nel film, che va a fotografare una realtà grezza e bucolica, talmente tanto da essere onirica.

Gli attori protagonisti, completamente sconosciuti per il resto del mondo, ma molto famosi in patria, interpretano i loro ruoli con la giusta “freddezza” di due uomini induriti dall’età, dai rancori, dalla loro cultura eremitica; Sigurjónsson in particolare si è cimentato in una prova drammatica nonostante la sua carriera da comico. Sebbene un certo umorismo – nero – ci sia, Rams viaggia sui binari del dramma e della tragedia, forte di una qualche suggestione che riesce a lasciare allo spettatore, sarà per merito delle ambientazioni remote e pastorali o per la durezza della sopravvivenza quotidiana.

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Il film ha nella storia e nella messa in scena il suo punto forte e il suo punto debole allo stesso tempo: non può avere un appeal facile sul grande pubblico, abituato a trame più commerciali, la narrazione di fatto è ridotta al minimo e si perde in lunghi silenzi e in una calma serafica. Per questo bisogna essere bravi nel cogliere il mood giusto, la giusta predisposizione con la quale sedersi a guardare questa pellicola, che lascia pienamente soddisfatti solo se non ci si aspetta altro che un film d’autore e diverso dal solito.

 


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