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Arte

Stretti fra le “Spire” di Domenico Marranchino

staff
23 giugno 2012

L’arte è pratica fanciullesca, intuizione giocosa, attività ludica secondo Schiller. Osservate un bambino e  affermate con Nietzsche: “Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sí. Sí, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sí: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.”
Se fanciullo, nello spirito, è un pittore milanese che ha superato la quinta decade di vita, si può ipotizzare che l’innocenza non l’abbia mai perduta, o, forse più probabilmente, l’abbia simbolicamente riconquistata. La svolta nel percorso artistico di Domenico Marranchino risale infatti al 2007, in virtù di una grave malattia alle corde vocali: dal dolore scaturisce per reazione un’energia vitale precedentemente sopita, grazie a cui l’arte si rivela vita e la vita assurge ad arte.
Dopo il successo della personale “Aspettando l’Expo” (a proposito, si veda al mio articolo)
il progetto quinquennale di Marranchino procede nel delineare l’evoluzione metamorfica del paesaggio urbano milanese. Strutture architettoniche visionarie e palazzi degni di Sant’Elia svettano in una metropoli postmoderna dove la tradizione urbanistica definisce uno sfondo comune.
L’artista si muove agilmente fra le spire di una città dinamica e proteiforme, in cui tuttavia l’eterogeneità risulta capace di soggiornare in una continuità formale rifuggente da ogni interruzione.
La consapevolezza che niente si genera dal nulla, ma al contrario tutto è in divenire, dispone l’autore in una tradizione culturale tesa a sottolineare la coesione e processualità del reale: Spinoza, Goethe, Nietzsche e Peirce sono solo alcuni dei prestigiosi compagni di viaggio, viandanti in un mondo in trasformazione.
Questo profondo portato teorico, rappresentato figurativamente mediante un’irruenza e vitalità propria di un espressionismo formale, unita ad un modus operandi neo-impressionista, si concretizza in capolavori di grande formato, capaci di emergere fra gli scenari controversi dell’arte moderna, rivelando possibilità inaudite di potenza mitica e simbolica di contro a certi formalismi dell’arte astratta.
La forza espressiva di Marranchino, intimamente futurista, si conferma nell’autenticità del gesto e dell’intuizione che sempre accompagnano la sua attività artistica, evidenti ad esempio nella splendida piramide composta da ben 50 sedie  7™ della Fritz Hansen (di cui 30 decorate in occasione della mostra precedente). É l’artista stesso a dichiarare l’impossibilità della progettazione razionale di un’opera di questo genere, in cui è l’atto
creativo ispirato a fornire il senso globale della creazione.
Una poetica folgorante, quella di Marranchino, fruibile dal pubblico sino al 28 Giugno presso la Fondazione Riccardo Catella, a seguito dell’esposizione avvenuta dal 7 al 19 Giugno presso Sassetti Cultura.

 

Luca Siniscalco


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