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Letteratura

Suggestioni fra i sotterranei della cattedrale: intervista a Marcello Simoni

Luca Siniscalco
17 aprile 2013

Giovane scrittore ormai non più esordiente, bensì ampiamente radicato nel nostro Paese, Marcello Simoni rappresenta una testimonianza di come sia possibile ancor oggi scrivere narrativa di successo attingendo all’immaginario collettivo dei lettori e sostenendo efficacemente una brillante operazione editoriale.

Classe 1975, originario di Comacchio, Simoni può vantare la vittoria del Premio Bancarella 2012, ottenuta grazie al suo romanzo d’esordio del 2011, “Il mercante dei libri maledetti”, e un’ampia collaborazione con l’editore Newton Compton, presso cui ha pubblicato anche il suo ultimo romanzo, “I sotterranei della cattedrale”.

Cosa si prova a ottenere così ampi riconoscimenti da parte della critica e, soprattutto, della comunità dei lettori, per di più in un periodo di crisi economica?
È una grande soddisfazione, soprattutto quando vieni apprezzato dai “lettori deboli”, ovvero da coloro che, pur dedicando poco tempo ai libri, ammettono di aver trovato nei miei thriller un piacevole intrattenimento e di aver riscoperto il gusto della lettura. Credo che questa sia una conquista importante – al di là del giudizio indubbiamente determinante della critica e dei lettori più smaliziati – specie per chi, come me, scrive narrativa popolare destinata prima di tutto all’intrattenimento.

In che modo la sua formazione universitaria e lavorativa influenza la sua produzione letteraria?
Al di là della formazione storico-letteraria, valgono soprattutto le suggestioni che ricevo ogni volta che mi trovo di fronte a un oggetto antico, sia questo un libro, un reperto archeologico o un documento di archivio.

Come intende la scrittura?
Credo semplicemente che sia la più ampia e completa espressione di libertà a cui un creativo può accedere. Nella fase di scrittura io sono sia il demiurgo che plasma la storia, sia colui che la vive. Ed ecco perché la prima regola a cui mi attengo costantemente nello scrivere è di divertirmi e di trasmettere l’entusiasmo per le cose che mi piacciono.

“Non dobbiamo leggere per dimenticare noi stessi e la nostra vita quotidiana, ma al contrario, per impossessarci nuovamente, con mano ferma, con maggiore consapevolezza e maturità, della nostra vita.” Sarebbe pronto a sottoscrivere tale giudizio, formulato dal grande scrittore Hermann Hesse, o preferisce interpretazioni alternative della pratica della lettura?
La fiction è fiction, punto e basta. Lasciamo i manifesti ai filosofi e agli onanisti. È logico che scrivere narrativa presupponga un’autointrospezione, ed è logico che, lo si voglia ammettere o meno, uno scrittore sappia scrivere soltanto di se stesso, dato che gli è concesso di filtrare la realtà (ed elaborare la fantasia) soltanto mediante il proprio cervello. È naturale quindi trovarsi d’accordo con Hesse. D’altronde uno dei romanzi che hanno acceso in me la voglia di scrivere è proprio “Il lupo della steppa”. Ma riempirsi la testa di teorie prima di scrivere sarebbe come fare ginnastica di riscaldamento prima di trascorrere una notte di passione. Ovvero, alquanto squallido.

Ogni autore ha dei maestri verso cui prova una forte sintonia spesso destinata a un successivo “parricidio”. Quali sono i suoi ? Qual è il suo rapporto con queste figure?
Io non ho maestri né mentori, ma figure che stimo. E non ho mai pensato di uccidere nessuno, intellettualmente parlando. Ho amato il gotico da quando ho incontrato Lovecraft, e l’avventura da quando ho conosciuto il Corsaro Nero. Ciò che più apprezzo nella narrazione è l’impeto e la potenza evocativa che trovo rispettivamente in Dumas e in Poe. Poi c’è la grande lezione dei contemporanei che vanno da Valerio Evangelisti a Fred Vargas, passando per Robert Bloch e Jack London. Tutto ciò, naturalmente, ha creato un sostrato nel mio approccio alla narrativa. Ma al di là di ciò, non mi sono mai voluto rendere emulo di nessuno. Forse perché mi piace ibridare i generi anziché portare avanti un discorso iniziato da qualcun altro. O forse, semplicemente perché mi piace lasciarmi trasportare dalle storie che scrivo, e non viceversa.

Può presentare ai lettori di Luuk Magazine la sua ultima fatica, “I sotterranei della cattedrale”?
Un esperimento di romanzo breve in cui gioco con i moduli del gotico e del giallo, ambientando una storia nella Urbino del Settecento. Un piccolo omaggio a Conan Doyle, che mi sono divertito a scrivere inventando un protagonista capace di risolvere gli enigmi usando la ragione, in linea con i canoni della razionalità illuministica. Si tratta pure di un romanzo low cost, scritto quasi di getto dopo essere stato conquistato dal progetto della collana “Live 0,99” del mio editore.

Progetti – letterari o meno – per il futuro?
Tantissimi. Tanto per iniziare, a luglio uscirà in libreria un’edizione cartacea e integrale di “Rex Deus” (con titolo ancora da definire), arricchita da qualche “contenuto speciale”. Inoltre, il prossimo autunno verrà pubblicato il mio terzo romanzo dedicato a Ignazio da Toledo.

Intervista a cura di Luca Siniscalco

Romanzi di Marcello Simoni:
“Il mercante di libri maledetti”, Newton Compton, 2011
“La biblioteca perduta dell’alchimista”, Newton Compton, 2012
“Rex Deus. L’armata del diavolo”, Newton Compton, 2012-2013 (Romanzo in formato ebook, diviso in cinque episodi: “Il patto”, “La loggia segreta”, “Il monastero dimenticato”, “La mappa del templare” e “La reliquia scomparsa”)
“I sotterranei della cattedrale”, Newton Compton, 2013


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