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Cinema

Synecdoche, New York

Giorgio Raulli
29 giugno 2014

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Dopo ben 6 anni di distanza dalla sua presentazione al 61º Festival di Cannes, grazie alla BiM, dal 19 giugnoè stato finalmente distribuito in Italia Synecdoche, New York, il primo film con la regia del noto sceneggiatore Charlie Kaufman (autore di titoli come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Confessioni di una mente pericolosa, Se mi lasci ti cancello). La pellicola segue la vita del regista teatrale Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman) nella cittadina newyorkese di Schenectady: dopo che sua moglie Adele (Catherine Keener) lo lascia portando con sé la figlia, Caden inizia un estenuante e tormentato percorso di negazione, confuso tra la realtà vera e la sua realtà distorta da paranoie e allucinazioni. Dopo fallimentari relazioni con altre donne, Hazel (Samantha Morton) e Claire (Michelle Williams), l’unica cosa su cui sembra seriamente determinato è la preparazione di un’imponente nuova opera che prevede addirittura la ricostruzione fedelissima della città all’interno di un magazzino, un intricatissimo spettacolo sulla sua vita.

Il titolo del film si rifa all’assonanza presente tra il nome dalla città e quello della figura retorica della sineddoche, la parte per il tutto: la pellicola è infatti interamente costruita su strutture meta-testuali e meta-narrative; ricco di citazioni e riferimenti al teatro e alla letteratura, come anche alla psicoanalisi, persino i personaggi sono vittime del meccanismo della sineddoche, coinvolti in un perverso gioco di doppi e sostituzioni, di metafore e simbolismi.

Nella sceneggiatura di Kaufman troviamo molti giochi di parole (nelle battute originali in inglese), fatti di confusioni di lettere e pronunce, che complicano la comunicazione tra i protagonisti; inoltre gli stessi nomi dei personaggi alludono a campi semantici ben precisi: il cognome Cotard rimanda alla sindrome omonima secondo cui si è convinti di essere morti, mentre quello della moglie, Lack, si può tradurre con “mancanza”.

Con simili premesse, Synecdoche, New York non si presenta affatto come un film facile, e per ciò è dedicato forse più a un pubblico di nicchia. Il regista ha finalmente dato sfogo a tutto il suo pessimismo, realizzando una storia complessa sulla vita, la paura, la famiglia, l’amore, la confusione, il sesso, la morte; Philip Seymour Hoffman sfodera tutto il suo talento in un ruolo davvero drammatico e risulta impossibile non pensare alla sua prematura scomparsa mentre si seguono le vicende altrettanto tragiche di Caden.

Forse troppo ambizioso e senz’altro eccessivamente lungo (poco più di 2 ore), Synecdoche, New York sembra essere una dichiarazione di poetica di un autore come Kaufman, tuttavia ha tutte le carte in regola per poter interessare il pubblico su tematiche di un certo spessore, usando sapientemente la confusione tra realtà e finzione per animare i suoi protagonisti, ma anche come arma per suscitare negli spettatori una grande malinconia.

Giorgio Raulli


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