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Arte

Tate Modern Gallery: una diversa modernità

staff
18 febbraio 2012

“Modernità”: termine eminentemente ambiguo. La sua collocazione cronologica è dibattuta fra gli studiosi, spesso inutilmente affannati in una erudita ricerca destinata a rivelarsi incapace di delimitare l’oggetto stesso dell’indagine. In ambito culturale e filosofico l’espressione si carica di significati ancor più pregnanti a livello teoretico, tanto da suggerire impostazioni antitetiche in cui i cantori delle “magnifiche sorti e progressive” si rivelano avversari superficiali degli antimoderni più radicali.

Si potrebbe tuttavia favorire una riflessione più proficua imperniando l’analisi su una considerazione dialettica volta a prospettare la possibilità della coesistenza sinergica di “diverse modernità”, cioè di diversi approcci culturali ed esistenziali all’epoca storica contemporanea.

In questo senso l’arte gode di un ruolo privilegiato nella creazione di una pluralità di atteggiamenti eterogenei nel comune tentativo di espressione di senso. É per tale ragione che la londinese Tate Modern Gallery assume una rilevanza inaudita per chiunque sia interessato ad esplorare il mondo a noi contemporaneo: è grazie alla varietà delle proposte di “modernità” fornita dal museo che ci si può immergere in una realtà controversa ma ineludibile.

La Tate Modern Gallery, inaugurata nel 2000, rappresenta infatti il volto contemporaneo dell’inglese Tate Gallery, un complesso di quattro musei di stato: qui è esposta una ampissima collezione di arte moderna internazionale dal 1900 sino ai giorni nostri.

Nel primo anno dalla sua apertura è stato il museo più visitato del mondo, vantando ben 5,250,000 visitatori: un segnale importante per la cultura artistica europea.

I due piani dell’edificio dedicati all’esposizione permanente offrono ai visitatori l’occasione di ammirare opere di De Chirico, Mirò, Picasso, Boccioni, Lichtenstein, Ernst, Bacon, Duchamp, Warhol, e di molti altri celebri artisti; la disposizione delle opere risponde ad una logica tematica e simbolica, volta a com-ponere, cioè a unire nell’accrescimento di senso, artisti accomunati da “affinità elettive”.

Il percorso si articola in un ambiente adatto a valorizzare adeguatamente il valore del contenuto: si tratta di una centrale elettrica in disuso sulle rive del Tamigi. Tale stravaganza merita una breve ma significativa spiegazione. Fino al 1981, al posto della galleria vi era una centrale elettrica, la Bankside Power Station, con tanto di turbine e sala macchine. Oggi il restauro ha mantenuto intatta la struttura originale, regalando un contrasto affascinante tra l’edificio maestoso e le opere moderne che vi sono racchiuse. La vecchia sala macchine ha attualmente assunto la funzione di ingresso del museo. L’effetto estetico è dirompente: la civiltà della tecnica ingloba la spiritualità riflessa dalle opere artistiche. Un motivo, questo, diretto a confermare la validità della mia asserzione inziale: si fronteggiano modernità diverse in un’incessante dimensione di scambio, relazione ed opposizione.

La Tate Modern Gallery non può che aiutarci a districare la complessa matassa nella quale siamo intrecciati.

 

 

Luca Siniscalco


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