Cinema

“This must be the place” (2011) di Paolo Sorrentino

staff
4 novembre 2011


“Bastardi senza gloria” di Tarantino è stato più volte etichettato dalla critica come uno spaghetti-western con i nazisti, in un certo senso questa definizione è molto adatta anche per “This must be the place”. Il parallelismo più ovvio da fare è che Sorrentino, come Leone al suo approdo in America, ha diretto un film con il De Niro della sua generazione (che nel caso di Leone era De Niro in persona), ma non sono le circostanze produttive a creare questo gioco delle similitudini.
“This must be the place” ricorda il westen nostrano per altre ragioni: l’attenzione e la costruzione panoramica degli spazi, il gigantismo del volto che diventa anch’esso panorama, i grandi silenzi, l’economia delle espressioni facciali e dei dialoghi, lo strano straniero straniato che giunge in villaggi rurali e isolati mosso da sentimenti di vendetta sono dei topoi tipici del genere, e in un certo senso attinge a quell’immaginario anche il nome del protagonista.
Cheyenne, rockstar in pensione, vive la sua vita lentamente trascinandosi con abulia per le strade di Dublino. Nonostante il ritiro dalle scene continua a vestirsi e a truccarsi come un tempo. La sua routine verrà rotta dalla notizia della morte del padre. Giunto a New York per il suo funerale, l’ex rockstar attraverserà il paese alla ricerca dell’ ex nazista che aveva vessato il padre ad Auschwitz.
Primo film americano di Paolo Sorrentino, “This must be the place” è un film profondo e dal forte impatto visivo che prosegue la fortunata serie di successi, anche controversi (ricordiamo “Il divo”) del pluripremiato regista partenopeo.
Buona parte del merito per la riuscita del film è dovuto anche alla grande interpretazione di Sean Penn, senza del quale non ci sarebbe stato nessun film (non questo per lo meno). L’attore si muove con sorprendente grazia nei panni del freak truccato alla Robert Smith dei Cure con il suo incedere flemmatico e la sua calma quasi innaturale che ci dà una versione inedita dello Sean Penn a cui siamo abituati.
L’altro grande protagonista che ruba la scena a Penn è il paesaggio. Che siano le lunghe distese di grano, le irte montagne, le radure gelate o il grande pistacchio, i luoghi inghiottono nella loro grandezza protagonista e spettatore inducendo in entrambi la sensazione di una quasi disarmante agorafobia.
Se mi è concesso chiuderei col consiglio di andarlo a vedere in sala, cercando di sedervi il più vicino possibile allo schermo per venire inghiottiti dall’inquietante bellezza delle inquadrature di quest’opera così affascinante.

 

Giustino De Blasio


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