Cinema

To the wonder. Dalla materia allo spirito

Sarah Elisabetta Scarduzio
27 luglio 2013

To-The-Wonder[1]

Attraverso pochi dialoghi, pensieri, parole sussurrate, immagini che scorrono potenti ed intense, viene raccontata l’impetuosa e passionale storia d’amore tra la fragile Marina, una giovane madre francese, e Neil, un americano trasferitosi in Francia.
Il loro amore profondo e sincero nato a Parigi, dopo qualche tempo  viene sconvolto e comincia a trasformarsi. Neil sente il bisogno di tornare a casa, negli Stati Uniti e così, dalla Francia  decide di andare a vivere nel lontano e desolato stato dell’Oklahoma mentre Marina, folle dell’amore che prova per lui, lo segue incondizionatamente, portando con sè la figlia. Ma lì, con il trascorrere dei giorni la forza del loro sentimento comincia ad indebolirsi e a consumarsi: Marina si sente sola in un Paese che non conosce e a cui sente di non appartenere, e l’uomo appare  sempre più distaccato, insicuro e passivo. Le vite dei protagonisti si intrecceranno poi con quelle di altri personaggi, tra cui Jane, una giovane amica d’infanzia di Neil e padre Quintana, un prete la cui anima è tormentata dal dubbio e dalla necessità incessante di ricercare e sentire nuovamente una fede autentica e viva.

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Un film difficile da raccontare, coraggioso, complesso, che deve essere vissuto e non semplicemente visto, che parla di molto senza che i suoi personaggi parlino, ma che con i loro corpi, gesti e sguardi ci comunicano tutte le loro emozioni.
Un film dove gli spettatori non sono solo spettatori, in cui bisogna dimenticarsi di tutto, di se stessi, del proprio mondo, e ascoltare, essere attenti, farsi coinvolgere e lasciarsi trasportare. Un film dove la storia non è un punto di arrivo, è lo strumento. Non è solo la storia dei personaggi, perché le loro angosce, le loro paure ed inquietudini, diventano le angosce, le paure e le inquietudini di tutti gli esseri umani. Un film che può annoiare, essere ripetitivo, incomprensibile, eccessivamente lungo ma che cerca di andare oltre, di guardare alla grandezza della vita da un altro punto di vista, che è introspezione filosofica, curiosità, meraviglia.

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Terrence Malick – un artista misterioso, originale, riservato e vitale, che sconvolge e stupisce con i suoi lavori innovativi, facendo sempre nascere diversità di opinioni e di giudizi – dirige Olga Kurylenko nel ruolo di Marina, che si muove leggera , facendo danzare la macchina da presa che, rapita, la segue desiderosa di cogliere e portare alla luce i suoi segreti e le sue sensazioni più interiori e nascoste. Ben Affleck risulta invece un po’ inespressivo e piatto, forse a causa delle esigenze del ruolo che interpreta e Javier Bardem, invece riesce a cogliere fino in fondo  il cuore sensibile di padre Quintana e a donargli con naturalezza una grande autenticità.

Sarah Elisabetta Scarduzio

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