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Sport

Totti e le vecchie glorie, una banda di sordi

Riccardo Signori
22 febbraio 2016
Francesco Totti

Francesco Totti

Ci vorrebbe un medico, ma forse non esiste. Non sarebbe sufficiente un otorino: il caso di sordità è sempre molto particolare. Si chiama sordità molesta. Il caso di Francesco Totti lo ripropone e rientra nella categorizzazione “vecchia gloria recalcitrante al pensionamento”. Le vecchie glorie sono sempre un po’ sorde, sorde al gong che dice basta, sorde al richiamo del buon senso, talvolta della dignità che vorrebbe salvaguardare una bella carriera. Capita in tutti i campi, ma nello sport è un film con sceneggiatura unica. Ed è difficile distinguere fra gente da sport individuale oppure di squadra. Sono pochi davvero quelli che hanno capito al volo, hanno preferito lasciare sull’onda del successo: Michel Platini e Mark Spitz per tutti. Ultimamente è capitato con la nostra Pennetta, pur non paragonabile alle grandi icone dello sport. Ma aggiungete pure Sergey Bubka o Pete Sampras, anche Carl Lewis e Marvin Hagler o Nino Benvenuti, che se ne sono andati dopo una sconfitta ma non si sono mai lasciati attrarre dal ritorno che, talvolta, fa peggio di un pensionamento ritardato.

Il campione non si arrende mai, nemmeno al campanello dell’età: ed anche questo è un segno distintivo.

Il caso Totti si è sviluppato secondo struttura tipica di tormenti da fine carriera: il campione che tutti amano infastidito dalla panchina, l’allenatore (nel caso Luciano Spalletti) che deve pensare a far quadrare i risultati, il campione si spazientisce e apre la polemica (una volta chiamavano a raccolta i giornalisti, oggi basta chiamare la Rai), l’allenatore che, nelle conferenze stampa precedenti lo aveva pizzicato e punzecchiato, prende in mano il randello punitivo e lo mette fuori squadra: tu vai in tribuna, noi andiamo in campo, questa la sintesi. Per qualcuno si è trattato di sacrilegio contro il re di Roma, per altri il metodo crudele, ma giustificabile, per gestire un gruppo e una primadonna bizzosa.  Poi la Roma vince, quinta vittoria di fila, ma i tifosi restano divisi.

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Lo sfregio resterà nella storia di Roma. Luciano Spalletti ha spiegato il suo punto di vista: Totti può far tutto ma deve decidere cosa fare. Se intende continuare a giocare, deve adeguarsi alle esigenze della squadra. Chiaro, semplice, quasi lapalissiano. Il capitano della Roma, probabilmente, sa bene quale sia la logica di una squadra e del suo spogliatoio, ma non riesce più a rispettare la regola: l’amor proprio va a scapito dell’amor di squadra. Ci cascano e ci sono cascati tutti: da Rivera a Maradona, da Maldini a Del Piero che fondò una televisione sua (AdpTv) per raccontare ai tifosi, e alla società, che non gli stava bene essere messo alla porta ed era disposto a firmare un contratto in bianco. Non bastò. Qualcuno trovò rimediò andando a chiudere nel calcio Usa: tanti danari per consolarsi e poca competitività. Oggi c’è l‘alternativa nel calcio cinese. Ma l’orgoglio del SuperIo resta ferito.

Per Totti potrebbe essere più facile: resterà alla Roma, lo dice il contratto firmato ai tempi della presidenza Sensi, non verrà messo alla porta. Ma non potrà più tirare in porta, salvo nelle partitelle fra amici. Invece non è diverso da tanti nel pensiero nascosto: adesso cosa farò? Sarò capace oppure no? A 35-40 serve ricominciare, avendo meno tempo degli altri per non sbagliare. In campo serviva il talento e poco più. Nella vita, senza pallone fra i piedi, tutto è più difficile.


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